Mercato dei capitali, quotarsi in borsa in Italia costa troppo. Il nuovo Testo Unico della Finanza va nella direzione giusta

Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti nell’aula del Senato durante la discussione sulla risoluzione relativa al contenuto del Documento programmatico di finanza pubblica 2025, Roma, Mercoledì 24 Settembre 2025 (Foto Roberto Monaldo / LaPresse) Economy minister Giancarlo Giorgetti in the Senate during the debate on the resolution regarding the content of the 2025 Public finance planning document, Rome, Wednesday, September 24, 2025 (Photo by Roberto Monaldo / LaPresse)

Che il mercato dei capitali italiano sia asfittico è un fatto. Nel solo primo semestre 2025 il perimetro delle società quotate/negoziate vigilate si è ridotto da 434 a 423 entità, con le italiane scese da 419 a 408: per la prima volta l’EGM (il segmento di borsa dedicato alle PMI) ha superato il mercato EXM (dedicato alle imprese medio-grandi), con 204 quotazioni su 202. Del resto, il fenomeno va ascritto a un trend europeo, che ha visto le società quotate calare di circa il 15% negli ultimi 10 anni (nel solo 2023 – annus horribilis – i mercati Euronext hanno registrato 110 delisting): la pressione alla ritirata è generalizzata.

Se la diagnosi è chiara, la terapia è la semplificazione. Quotarsi e restare quotati in Italia costa ancora troppo in adempimenti e incertezza interpretativa. Lo schema di riforma organica del Testo unico della finanza, recentemente licenziato dal Consiglio dei Ministri e passato alla Camera, va nella direzione giusta, mirando a rendere più competitivo il mercato dei capitali italiano, semplificando oneri regolatori e rafforzando la certezza delle regole in passaggi sensibili del ciclo di vita delle quotate: dall’IPO al delisting, dalle OPA alla governance.
Tra le novità più significative, spicca l’introduzione di una soglia unica per l’OPA obbligatoria, nonché l’innalzamento al 10% della soglia per l’“OPA da consolidamento” a carico di chi abbia già superato la soglia principale senza detenere la maggioranza dei voti esercitabili.

Contestualmente, il periodo di riferimento per il prezzo minimo dell’offerta si riduce da dodici a sei mesi. Sono poi rimodulate le soglie di sell-out/squeeze-out, abbassate al 90%, e si introduce una procedura alternativa di “acquisto totalitario su autorizzazione dei soci”, fondata su un meccanismo di majority-of-minority e corrispettivo in denaro. Inoltre, consente assemblee anche esclusivamente telematiche o tramite rappresentante designato, con regole di trasparenza definite dall’emittente e abolisce l’obbligo – costoso e anacronistico – di pubblicazione per estratto sui quotidiani nazionali, spostando le informazioni su canali digitali. In prospettiva concorrenziale, rafforza anche i presìdi nei mercati MTF in caso di trasferimenti di controllo, ove il gestore preveda obblighi di OPA, migliorandone l’effettività.

Ancora più rilevante è l’introduzione della nuova “società di partenariato”: un veicolo societario dedicato a investimenti di private equity e venture capital, capace di canalizzare risparmio verso l’economia reale con assetti più proporzionati rispetto agli OICR tradizionali. È un tassello che, se attuato con intelligenza regolatoria, può ridurre barriere all’offerta di capitale paziente. Tutto ciò, però, non basta. Anche deregolando a livello nazionale, senza un vero mercato unico dei capitali, quella europea resterà la somma di piazze piccole e frammentate. La Capital Markets Union chiede rimozione degli ostacoli transfrontalieri, regole davvero uniformi e una supervisione più integrata; solo così l’Unione può tornare competitiva su scala globale.

Un’ultima parola sulla vigilanza: la riforma tocca poco la Consob, ma qui si poteva forse osare di più, fissando tempi e criteri più prevedibili per autorizzazioni e controlli e rafforzando il coordinamento strutturale con le altre autorità di vigilanza: sono scelte che riducono il rischio normativo (e quindi i costi) per operatori, rendendo l’ordinamento italiano maggiormente competitivo.