Mercosur, parlare di mercati più ampi non è un tabù. L’Italia non può competere con chi produce su scala industriale

La decisione arrivata dal Parlamento europeo riunito a Strasburgo riapre un capitolo che sembrava avviato verso la conclusione. Con una mozione approvata con 334 sì, 324 no e 11 astensioni, l’Aula ha chiesto alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea di valutare la compatibilità dell’accordo UE-Mercosur con i Trattati.

È un passaggio politicamente significativo, che rallenta ma non blocca il percorso verso la ratifica definitiva. Questo perché parlare di mercati più ampi non è un tabù, né può esserlo per un Paese esportatore come l’Italia. L’apertura commerciale è una necessità strutturale per un’economia come la nostra che vive di qualità, di export e di riconoscibilità internazionale. La vera domanda quindi non è se aprire i mercati ma come farlo e con quali garanzie per evitare che l’apertura diventi un problema per le aziende agricole italiane. Per questo motivo, ridurre il confronto a uno scontro ideologico tra favorevoli e contrari significa ignorare il nodo centrale che chiede maggiore reciprocità del modello agricolo europeo nel nuovo contesto competitivo globale.

Qui si gioca la tenuta sociale ed economica delle aree rurali, soprattutto in Paesi come l’Italia, dove l’agricoltura è l’identità dei territori. L’agricoltura italiana, in questo, è un caso emblematico. Un sistema fondato su aziende medio-piccole, su un forte legame con il territorio e su standard elevatissimi in termini di qualità, sicurezza alimentare, ambiente e benessere animale. Questo modello è la base del successo del Made in Italy, ma è anche il suo punto di vulnerabilità quando la competizione avviene solo sul prezzo. L’Italia non può competere con chi produce su scala industriale, con costi del lavoro più bassi, normative ambientali meno stringenti e disponibilità di terra incomparabile.

Il confronto con grandi imprese sudamericane non è una competizione tra modelli equivalenti. Il rischio non è un’invasione di prodotti, ma una compressione strutturale dei margini che colpisce soprattutto le aziende meno capitalizzate e più esposte alle oscillazioni del mercato. È un rischio silenzioso, che non fa notizia a Bruxelles ma che può erodere progressivamente la redditività delle filiere italiane, soprattutto quelle più legate al territorio.

Se l’Unione Europea chiede ai propri agricoltori standard sempre più stringenti in materia ambientale, climatica e sociale, allora questi standard devono diventare parte integrante degli accordi commerciali. Non è sostenibile un modello in cui gli agricoltori europei devono rispettare regole severe, mentre i prodotti importati possono entrare nel mercato europeo senza rispettare gli stessi criteri. Non si tratterebbe di chiudere i mercati, ma di qualificarli, orientandoli verso una competizione basata su regole condivise e obiettivi comuni. L’Europa ha già dimostrato di poter guidare la transizione ecologica, gli agricoltori europei hanno fatto enormi sacrifici, ora deve dimostrare di saperla difendere anche sul piano commerciale.

La mozione votata a Strasburgo obbliga l’Europa a guardarsi allo specchio. Mercosur è il test che dirà se l’Unione vuole che le proprie imprese guidino una nuova globalizzazione sostenibile o che subiscano la vecchia globalizzazione insostenibile. L’Italia non può accettare che i suoi agricoltori, già stretti tra costi crescenti e standard sempre più severi, competano con chi produce a condizioni che qui sarebbero illegali. Non è protezionismo ma semplice buon senso. Non possiamo gioire per la chiusura dei mercati ma la vera sfida è costruire una globalizzazione 2.0 in cui non si scambiano solo merci, ma anche modelli di sviluppo sostenibile. In questo l’Europa può progettare un rilancio, definire nuove regole e tornare a governare la globalizzazione invece di inseguirla.