Milano, l’agenda densa di Beppe Sala: il nodo San Siro, l’urbanistica, le periferie e il rimpasto: la città cerca ancora la sua strada

GIUSEPPE SALA SINDACO DI MILANO

Quindici mesi alla fine del mandato, due assessorati da assegnare, una città che si interroga su come consolidare la trasformazione degli ultimi anni. Beppe Sala entra nel 2026 con un’agenda densa e la consapevolezza che il tempo stringe. Il rimpasto annunciato per il dopo-feste, le partite aperte su sicurezza e urbanistica, il seguito del nodo San Siro: capitoli di una corsa finale che potrebbe dare risposte a incertezze e rallentamenti degli ultimi mesi.

L’amministrazione Sala ha attraversato un 2025 complicato, segnato dalle inchieste sull’urbanistica e dalle dimissioni dell’assessore Tancredi. Ha retto l’urto senza scomporsi, con il sindaco che ha scelto di restare al suo posto e la maggioranza che, pur tra fibrillazioni, ha confermato la fiducia. L’amministrazione a riperso fiato, merito anche della vicesindaco Scavuzzo che ha riavviato un cammino di rigenerazione urbana che pareva impantanato.

Milano e la cura del territorio

Il bilancio 2026 stanzia oltre 4 miliardi per servizi e cura del territorio: 23 milioni in più per il welfare, 53 milioni per la casa, un miliardo sulla mobilità. Numeri che testimoniano una capacità di programmazione intatta. La coalizione che sostiene il sindaco non è un monolite — i Verdi hanno sensibilità diverse dal Pd, Azione resta fuori dalla giunta — ma è fisiologia del centrosinistra italiano, non patologia milanese.

Milano, un nuovo modello per le periferie

Una questione che meriterebbe maggiore centralità è quella delle periferie. Milano potrebbe guardare a modelli che altrove hanno funzionato. Barcellona, con i suoi “superblocks”, ha ridisegnato interi quartieri restituendo spazio ai pedoni e creando nuove piazze senza cancellare l’identità dei luoghi. Copenaghen ha costruito una rete di piste ciclabili e spazi pubblici che collegano centro e periferia in un tessuto continuo, rendendo i quartieri esterni desiderabili quanto quelli centrali. Rotterdam ha trasformato aree portuali dismesse in poli di innovazione preservando la memoria industriale dei luoghi. Non ricette da importare, ma suggestioni per immaginare una Milano autenticamente policentrica, dove ogni quartiere esprima la propria vocazione.

Milano, San Siro resta un dossier sospeso

San Siro resta un dossier in parte sospeso. Presa la decisione sulla vendita dell’area a Inter e Milan rimane indefinita la questione delle ricadute sull’intero quartiere. L’esperienza di altre città europee suggerisce che i grandi stadi possono diventare catalizzatori di rigenerazione urbana — come l’Emirates ad Arsenal o il nuovo Tottenham Hotspur Stadium a Londra — oppure cattedrali nel deserto. La differenza sta nella capacità di integrare l’impianto sportivo in un disegno urbanistico più ampio.

Milano e il mercato del lavoro: salari insufficienti

C’è poi il capitolo lavoro, forse il meno discusso ma tra i più rilevanti per il futuro della città. Milano ha attratto in questi anni headquarter, startup, talenti internazionali. Ma il mercato del lavoro resta polarizzato: da un lato professionisti ad alto reddito, dall’altro una fascia crescente di lavoratori dei servizi con contratti fragili e salari insufficienti a sostenere il costo della vita in città. Barcellona ha affrontato il tema con politiche attive di formazione e riqualificazione professionale, Berlino con incentivi alle imprese che assumono a tempo indeterminato. Il rischio, per Milano, è che la crescita economica produca ricchezza senza distribuirla, trasformando la città in un luogo per pochi.

Sul fronte sicurezza, il capoluogo lombardo condivide con altre metropoli europee tensioni simili. Parigi ha risposto al disagio delle banlieue con massicci investimenti in trasporti e servizi. Londra ha puntato sulla polizia di prossimità, con agenti radicati nei quartieri. Milano sta cercando la sua strada, tra richieste di più risorse statali e interventi sui servizi sociali. La nomina di un assessore dedicato potrebbe dare maggiore coerenza a politiche oggi frammentate. Quindici mesi non sono pochi. E possono lasciare il segno.