Cortina, Longarone, Belluno, Feltre: sono i nomi che ricorrono nel piano delle infrastrutture olimpiche. Mancano l’Agordino, il Comelico, le prealpi vicentine, la montagna trevigiana. La geografia degli investimenti per Milano-Cortina 2026 disegna un Veneto a due velocità: quasi due miliardi di euro concentrati lungo un asse che collega la Perla delle Dolomiti al fondovalle, mentre il resto della montagna osserva da lontano.

La Statale 51 riceve tre varianti e una galleria di bypass da quasi un miliardo. Le stazioni ferroviarie vengono riqualificate. Ma l’Agordino, che in cinque anni ha perso oltre settecento residenti? Il Comelico, dove interi comuni scendono sotto la soglia dei duemila abitanti? Il rischio è che i Giochi cristallizzino un modello già esistente: una montagna “di serie A”, connessa e instagrammabile, e una “di serie B” che non intercetta né fondi né attenzione. Non è colpa delle Olimpiadi: il divario esisteva prima. Ma i grandi eventi hanno la caratteristica di amplificare le dinamiche in corso, non di invertirle.

C’è poi una questione meno visibile ma altrettanto decisiva: la banda larga, i servizi digitali, le condizioni che permettono di lavorare da remoto. In alcune valli bellunesi la connessione internet resta inadeguata, rendendo impossibile quel lavoro a distanza che potrebbe rappresentare una vera opportunità per ripopolare i territori marginali. Il confronto con l’Alto Adige è istruttivo: comuni di alta montagna come Campo Tures o Silandro crescono di popolazione mentre l’Agordino e il Comelico si svuotano. Le proiezioni Istat indicano che di questo passo nel 2050 la provincia di Belluno scenderà sotto i 180mila abitanti, perdendo altri ventimila residenti — l’equivalente dell’intera città di Feltre. Dei 3,5 miliardi stanziati per le infrastrutture olimpiche, il Veneto ne intercetta circa 1,4: il 40% del totale. Ma il 57% delle opere sarà completato solo dopo i Giochi, alcune fino al 2033.