Ambrogio
40 giorni a Milano-Cortina 2026, ma che futuro avrà il Villaggio Olimpico al termine?
Quaranta giorni alla cerimonia di apertura dei Giochi invernali Milano-Cortina 2026. Il conto alla rovescia è iniziato, i cantieri si avviano a conclusione, la macchina organizzativa gira a pieno regime. Ma la domanda che accompagna ogni grande evento resta quella sull’eredità: cosa resterà dopo?
La storia delle Olimpiadi offre esempi contrastanti. Barcellona 1992 trasformò una città industriale in declino in metropoli turistica globale, aprendo il waterfront e ridisegnando interi quartieri. L’investimento olimpico fu il volano di una rigenerazione proseguita per decenni. Londra 2012 riqualificò l’East End, area degradata e inquinata, trasformandola nel Queen Elizabeth Olympic Park: oggi quartiere residenziale, polo universitario, sede di startup. Due modelli virtuosi, costruiti sulla capacità di pensare oltre l’evento.
Ma ci sono anche i fallimenti. Atene 2004 lasciò impianti abbandonati e debiti colossali che gravarono per anni sui conti pubblici. Rio 2016 vide strutture fatiscenti pochi mesi dopo la cerimonia di chiusura, simbolo di un’occasione sprecata. La differenza tra successo e fallimento sta nella pianificazione dell’eredità, non nella spettacolarità dei Giochi. Per Milano-Cortina il quadro è particolare: gli impianti sportivi sono distribuiti in diverse aree periferiche che possono trarne beneficio, da Rogoredo ad Assago, innescando dinamiche di riqualificazione in zone spesso trascurate.
Ma soprattutto in città resterà il grande villaggio olimpico di Porta Romana. La sua trasformazione in studentato e housing sociale è già programmata. A regime ospiterà 1.700 studenti e centinaia di famiglie a canone calmierato, secondo un progetto già avviato. Un’eredità concreta, coerente con le priorità della città. Restano da verificare tempi e qualità della riconversione. L’esperienza di Expo 2015 — tra luci e ombre, progetti ambiziosi e ritardi — offre comunque una lezione. Milano ha dimostrato di saper imparare.
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