Diciamolo con chiarezza: chi oggi parla di Milano-Cortina come un’occasione sprecata o, peggio, come un esercizio di retorica e cemento, dice sciocchezze. Sbaglia per superficialità, per pregiudizio ideologico, o per quella tentazione tutta italiana di demolire ciò che si è costruito prima ancora di vederne i frutti. Queste Olimpiadi sono già un grande risultato per Milano e per tutta la Lombardia. L’Italia è tornata al centro della scena sportiva mondiale, la metropoli ha dimostrato di saper reggere la sfida organizzativa di un evento planetario, il modello diffuso su più territori sta già facendo scuola per le edizioni future.
Detto questo, la difesa dei Giochi non può trasformarsi in compiacimento. Ed è qui che il discorso diventa politico, nel senso più alto del termine. Perché un’Olimpiade non è un fine: è uno strumento. E come ogni strumento, il suo valore dipende dall’uso che se ne fa dopo.
Quello che serve adesso è un progetto. Un patto tra istituzioni, mondo sportivo e territorio che trasformi l’onda emotiva dei Giochi in politiche concrete: impianti accessibili tutto l’anno, sostegno strutturale all’associazionismo, un diritto allo sport che diventi realtà nelle palestre, nei quartieri, nelle scuole, soprattutto in quell’hinterland dove aggregazione e regole condivise sono le medicine contro il disagio. Milano e la Lombardia hanno le risorse e le competenze per farlo. Ma servono volontà politica e visione di lungo periodo, contro il pericolo dell‘esaurirsi dell’entusiasmo. La bellezza dei giochi è un fatto. Quello che verrà dopo è una scelta, molto politica.
