Milano attrae capitali dal mondo, è la città con la più alta densità di milionari. Primati che suscitano reazioni contrastanti: c’è chi esulta per l’attrattività internazionale, chi denuncia una città ormai inaccessibile.
Lei come legge questi dati?
«Parto dalla mia esperienza di gestore di capitale umano nel mondo Bocconi: il fatto che la città sia attrattiva è l’elemento che la rende importante a livello del sistema dell’alta formazione e potenzialmente anche imprenditoriale. L’Italia è oggettivamente il paese più bello del mondo e Milano è una capitale dal punto di vista industriale, finanziario e intellettuale. Grazie al riposizionamento enorme degli ultimi vent’anni, riesce a far riflettere il meglio dell’essere in Italia con un’efficienza e un’efficacia particolarmente alte. In un mondo globale alcune città emergono più di altre — penso a Berlino, a Barcellona, che non sono le capitali tradizionali. Questo lo trovo un aspetto fondamentale per garantire quella variabile che tutti cercano in economia: la crescita».
I problemi ci sono: affitti che un salario medio non riesce a coprire, un costo della vita che espelle intere fasce di popolazione. C’è chi denuncia il rischio che l’attrattività per i capitali si traduca in esclusione sociale.
«Il vero tema non è limitare l’attrattività per rimanere chiusi, territoriali, in un mondo che non esiste più. I problemi che vediamo sulla nostra città sono gli stessi di Londra o Parigi. È ovvio che una città molto visibile e attrattiva genera metaproblemi che in un contesto più territoriale non esisterebbero. Però ambire a un posizionamento che spetta all’Italia e a Milano non solo non deve essere negato, ma è fondamentale in questo momento storico».
Lei presiede Human Technopole, conosce da vicino l’ecosistema milanese dell’innovazione. Cosa rende questa città diversa dalle altre metropoli europee nella competizione globale per talenti e investimenti?
«Milano ha tutta la filiera. E la fortuna è avere tutti i pezzettini del puzzle. Abbiamo un’ottima scienza — Politecnico, Statale, Bocconi, ospedali straordinari — un capitale umano incredibile. Milano rimane la capitale industriale d’Italia, e lungo l’asse fino a Bologna incontro la Food Valley, la Motor Valley, la Wellness Valley: in un raggio di trecento chilometri c’è un’industria molto potente. Abbiamo la borsa, il venture capital, il private equity. Tutti i pezzi del puzzle: dobbiamo metterli in filiera — scienza, tecnologia e mercato — perché ci sia anche una redistribuzione, che è il tema sul quale siamo stati meno bravi».

Parlando di filiera, il distretto MIND sembra incarnare proprio questa visione. È un modello replicabile?
«MIND è distretto dove oggi lavorano ventimila persone, saranno sessantamila nel 2030. Con Human Technopole che fa ricerca di base nel biomedicale, l’Istituto Galeazzi, la Statale che arriva nel 2027, AstraZeneca, Bayer. Un ecosistema orchestrato da Arexpo e da Lendlease, investitore australiano che ha fatto un’operazione di lungo termine. Pubblico e privato insieme. Poi c’è il centro di Bovisa: Bocconi e Politecnico per il primo fondo sulle startup nel deep tech, come Station F a Parigi. E abbiamo Bending Spoons dietro Corso Como, Golden Goose che fa ville in termini di fatturato. Questa città ha un potenziale eccezionale».
Eppure persiste una diffidenza verso la ricchezza che sembra quasi antropologica. Perché questa paura?
«Il tema della redistribuzione è un problema mondiale, non di Milano. Ci sono bug nei sistemi economici, scelte nella finanza e nella governance che hanno portato a certe impennate. Ma questi sono problemi dell’economia moderna. Un conto è migliorare quello che stiamo facendo, un conto è discutere se sia sbagliato di principio, perché è così che va il mondo».
Quindi Milano ha nel suo DNA gli anticorpi per conciliare attrattività e coesione sociale o sono destinate a confliggere?
«Assolutamente li ha. Siamo figli di Ambrogio, abbiamo l’inclusività nel DNA. Il problema è stato tecnico — far rientrare capitali senza farli investire davvero, come Dublino con gli headquarter delle multinazionali. Alcune cose non sono state fatte bene. Ma gli ingredienti ci sono: dobbiamo accelerare nel percorso di integrazione. La politica deve fare sintesi, capire questa complessità e metterla nel contesto. Non posso difendermi pensando a un mondo che non c’è più. Si tratta di giocare con queste regole nel modo migliore, preservando i valori e la storia che ci caratterizzano».
