Milano, il centrodestra non ha ancora un candidato sindaco: tutti i veti dei partiti di maggioranza

Delegazione del Comitato Famiglie sospese incontro il Sindaco Giuseppe Sala a Palazzo marino - Milano, Italia - Venerdì, 1 agosto 2025 (foto Stefano Porta / LaPresse) A delegation from the Suspended Families Committee met with Mayor Giuseppe Sala at Palazzo Marino - Milan, Italy - Friday, 1 august 2025 (photo Stefano Porta / LaPresse)

A sedici mesi dalle elezioni comunali, il centrodestra milanese non ha ancora un candidato sindaco. Non per mancanza di nomi — al contrario — ma per un sistema di veti incrociati che blocca ogni proposta prima che diventi decisione. Per capire come si è arrivati fin qui, bisogna riavvolgere il nastro fino all’autunno del 2024, quando la partita è cominciata con troppi giocatori e nessun arbitro.

Il peso del precedente

Milano 2027 è probabilmente la migliore occasione che il centrodestra abbia avuto da quindici anni per riconquistare Palazzo Marino. Sala chiude il suo secondo e ultimo mandato, il centrosinistra deve trovare un erede, i venti nazionali soffiano nella direzione giusta. Ma c’è un precedente che pesa: nel 2021 la coalizione arrivò alle comunali con un candidato scelto a ridosso del voto, Luca Bernardo, figura civica che non fu possibile “attrezzare” a dovere per la campagna. La sconfitta contro il Sala-bis fu netta. Quell’errore nessuno vuole ripeterlo, ma il timore di sbagliare sembra paradossalmente produrre l’immobilismo che potrebbe condurre allo stesso esito.

I nomi che bruciano

Il primo profilo a circolare con forza è quello di Maurizio Lupi. Leader di Noi Moderati, ex ministro, milanese di lungo corso con radici cattoliche e democristiane: Ignazio La Russa lo aveva indicato come candidato naturale, capace di intercettare quel voto moderato che a Milano può fare la differenza. Forza Italia oppose un veto informale ma netto — serviva un civico, non un politico di partito — e Lupi “raffreddò” prima ancora di candidarsi ufficialmente. Primo di una serie.

Enrico Pazzali, presidente della Fondazione Fiera Milano, era parso per settimane il profilo ideale: figura di raccordo tra mondo economico e istituzionale, riconoscibile, non politico. Si autosospese per un’indagine in corso. Con lui tramontarono anche le quotazioni di Giovanni Bozzetti, docente alla Cattolica, considerato negli ambienti FdI come alternativa percorribile. Regina De Albertis, prima presidente donna di Assimpredil Ance, era la sintesi perfetta tra profilo civico e credibilità imprenditoriale — finché il nodo urbanistico milanese non bruciò anche il suo nome, pur non essendo indagata. Perfino su Urbano Cairo si aprì uno spiraglio, quasi subito richiuso. Alessandro Sallusti fu sondato da Salvini. Anche il suo nome cadde nel silenzio. Ora, di nomi, se ne fanno ancora altri, come quello dell’imprenditore Antonio Civita, patron di Panino Giusto, interprete della Milano operosa.

Resta: tutti lo vogliono, ma lui?

Il profilo su cui il consenso trasversale apparirebbe più solido rimane quello di Ferruccio Resta, ex rettore del Politecnico di Milano. Competenze tecniche riconosciute, stima che attraversa i confini politici, distanza dai partiti: tutto quello che la coalizione cerca. Certo che nei colloqui riservati dei mesi scorsi una disponibilità di massima ci fosse stata. Ma quando Salvini lo indicò pubblicamente, prima che Resta avesse potuto maturare una scelta definita, qualcosa si ruppe. Trovarsi proiettati sotto i riflettori politici senza averlo deciso raramente avvicina qualcuno all’arena. Da quel momento Resta ha risposto con una cordialità che sa un po’ di congedo: sabato ha scelto l’ironia, parlando di «calciomercato». Un passo indietro che la fretta altrui ha forse contribuito a determinare.

Il nodo strutturale

Insomma, il problema non è la mancanza di nomi. È che ogni partito esercita un veto informale sulle proposte degli altri e nessuno ha ancora trovato la forza di convocare un tavolo ufficiale. FdI lavora per sottrazione. FI costruisce piattaforme programmatiche nella convinzione che un buon candidato civico nasca da un percorso condiviso. La Lega spinge ad accelerare senza avere un nome da mettere sul tavolo. Noi Moderati aspettano, comprensibilmente ancorati alla candidatura originaria del loro leader. Il risultato: a sedici mesi dal voto, il centrodestra ha prodotto convegni, identikit e una lista considerevole di candidature naufragate, ritirate o raffreddate. Milano aspetta.