Milano, tutto in 48 ore: dalle Olimpiadi Invernali alla Fashion Week. Quanto spendono i turisti

A model wears a creation as part of the Dolce & Gabbana Fall/Winter 2026-2027 Men's collection presented in Milan, Italy, Saturday, Jan. 17, 2026. (AP Photo/Luca Bruno)

Quarantotto ore. Tanto è bastato a Milano per passare dai cinque cerchi olimpici alle passerelle dell’Autunno/Inverno 2026-27. Domenica 22 febbraio la cerimonia di chiusura dei Giochi a Verona, martedì 24 l’inaugurazione della Fashion Week con 162 appuntamenti e 132mila visitatori attesi. Nessun’altra città europea ha mai gestito una transizione così compressa tra due eventi di portata globale. Ma il punto non è la singola staffetta: è il sistema che l’ha resa possibile. Milano ha costruito, settimana dopo settimana, un calendario che funziona come un motore economico permanente — e che oggi rappresenta un caso di studio per l’intera Europa.

L’economia dei grandi eventi è una delle leve di sviluppo più potenti delle città contemporanee. Genera indotto diretto — ospitalità, ristorazione, trasporti, retail — ma soprattutto posizionamento internazionale, quel capitale reputazionale che attrae investimenti, talenti e flussi turistici anche nei mesi in cui non c’è nessun evento in calendario. Le città che hanno imparato a gestire questa economia non la trattano come una sequenza di appuntamenti, ma come un’infrastruttura: qualcosa che si progetta, si mantiene e si fa crescere nel tempo.
Milano lo ha capito. Basta scorrere l’agenda annuale per misurare la densità. Le quattro Fashion Week — due donna, due uomo — scandiscono gennaio, febbraio, giugno e settembre. Ad aprile la Design Week con il Salone del Mobile e il Fuorisalone trasforma 18 quartieri in un palcoscenico diffuso: l’edizione 2025 ha generato 278 milioni di euro di indotto con oltre 1.650 eventi e 320mila visitatori. In estate il Milano Pride, la Milano Music Week a novembre, Bookcity, la Prima della Scala il 7 dicembre. E poi le fiere: EICMA per le due ruote, TUTTOFOOD, Host per la ristorazione professionale. Sommate, queste “week” producono un flusso di presenze internazionali che non conosce vera stagione morta.

La chiusura delle Olimpiadi invernali — 1,3 milioni di biglietti venduti, ricadute stimate in 5,3 miliardi — ha aggiunto un tassello di scala diversa ma coerente con il modello. La Fashion Week di febbraio, con una spesa turistica prevista oltre i 217 milioni in crescita del 17,7 per cento, ne è la prosecuzione naturale. Carlo Capasa, presidente di Camera Nazionale della Moda Italiana, l’ha definita «la più ricca di eventi al mondo», inserita «a fianco dei Giochi Olimpici» in un intreccio tra «moda, cultura e dialogo internazionale». Il confronto europeo conferma la solidità del modello milanese. Parigi, nell’estate 2024, ha affrontato la sovrapposizione tra Giochi estivi e settimane della moda con risultati meno brillanti: la Fédération de la Haute Couture anticipò le date, i prezzi degli hotel salirono del 50 per cento, diversi brand rinunciarono a sfilare. La Corte dei Conti francese ha poi certificato un impatto sul PIL di appena 0,07 punti percentuali. Milano ha gestito meglio la compressione, senza fughe dal calendario e con una macchina logistica che ha retto sotto pressione.

Barcellona, dal canto suo, ha trasformato la legacy olimpica del 1992 in una piattaforma fieristica permanente: il solo Mobile World Congress genera oltre 560 milioni annui di impatto economico, con 109mila partecipanti da 205 Paesi. Dal 2006 l’evento ha portato alla città quasi 7 miliardi complessivi. Barcellona ha capito prima di altri che l’eredità dei Giochi si misura nella capacità di attrarre flussi internazionali tutto l’anno. Milano sta percorrendo la stessa traiettoria, con una differenza strutturale: il suo calendario non è trainato da un singolo mega-evento, ma da una costellazione di settimane tematiche — moda, design, libri, musica — che riflettono il tessuto produttivo e culturale della città.

Il modello funziona, e i numeri lo dimostrano. Resta aperta, come in tutte le grandi capitali degli eventi, la questione della pressione che i picchi stagionali esercitano sulla vita quotidiana dei quartieri più esposti: trasporti, affitti brevi, chiusure stradali. Londra, che dal 2012 ha consolidato un calendario di grandi eventi con impatto certificato dal City Hall, ha investito nella redistribuzione dei benefici verso le periferie, a partire dalla rigenerazione di Stratford. È un tema che anche Milano può affrontare con la stessa intelligenza organizzativa che ha dimostrato nella gestione del calendario.

Le infrastrutture olimpiche che resteranno al territorio — il Villaggio di Porta Romana trasformato in studentato da 1.700 posti, il Live Dome di Rho da 30mila posti, la rete 5G da 8.000 chilometri — offrono un’occasione concreta. La vera ambizione è che i grandi eventi non restino concentrati nei quartieri storici ma si colleghino tra loro anche geograficamente, costruendo una rete metropolitana della cultura e dell’economia creativa. Una mappa che si allarghi, portando con sé indotto, visibilità e rigenerazione.