Uscito in Italia da pochi giorni, “Monique evade” di Édouard Louis è già un piccolo caso. Si tratta di un romanzo breve (edito da La Nave di Teseo per la traduzione di Annalisa Romani), nel quale il narratore racconta della propria madre alla conquista della libertà: conquista infine ottenuta, la vita è ritrovata. È una storia vera che Louis ha voluto condividere con tutti. Dunque, quello di Monique è un cuore semplice, flaubertianamente, è una donna di cinquantacinque anni che ha abitato per anni in un paesino nel nord della Francia, costretta due volte a scappare da uomini violenti; la prima volta dal marito, la seconda dall’amante che l’aveva costretta a vivere da lui a Parigi. «La violenza che stava vivendo mia madre portava l’odore delle grotte e delle caverne della preistoria, l’odore della violenza millenaria», annota il narratore.
Come accade a tante eroine romantiche, a Monique non resta che evadere da una prigionia, la seconda, quella di Parigi, che non è solo materiale ma in primo luogo esistenziale. L’uomo la insulta violentemente ogni giorno, sotto l’effetto dell’alcol, da diversi anni. Una notte, la goccia che fa traboccare il vaso: lei chiama il figlio per confessare tutto. Lui le consiglia di andarsene. Di lì la fuga, l’emancipazione nel senso stretto della parola. Alcuni critici hanno osservato che il romanzo è dunque anche una denuncia sociale, ma la verità è che la questione è più generale: i due uomini sono chiaramente dei poveracci, ma l’origine della loro violenza è nel loro maschilismo animale, pre-sociale. La forza del romanzo sta nel fatto che a muovere la donna, proprio concretamente, è il figlio, scrittore di un certo successo, che in quel momento si trova lontano, ad Atene, indirizzando la madre per telefono o via Internet (mezzo a lei sconosciuto) passo dopo passo verso una nuova vita. È il figlio che prende per mano la madre. Nel fitto scambio tra i due si crea un nuovo modo di stare insieme: non più soltanto il legame di sangue, ma una complicità che confina con l’amicizia, e talvolta con qualcosa di più segreto, quasi una rivelazione reciproca.
Il figlio, giovane uomo omosessuale e inquieto, prende coscienza, forse per la prima volta così nettamente, della trama secolare che regge i rapporti tra uomini e donne, di quell’universo in cui le donne sembrano continuamente destinate a essere agite, più che agenti. Il figlio, con meticolosità certosina, organizza la fuga di lei, le trova una casa nel paese della sorella, la arreda, pensa a ogni cosa, paga tutto. Perché, alla fine, la libertà è anche una questione di soldi: lo scrisse Virginia Woolf, qui citata. Lui deve in qualche modo sdebitarsi, si sente in colpa per non aver visto nulla, per non aver fatto nulla per vedere. La vergogna di non ricordare, di scegliere selettivamente ciò che vuole ricordare.
Attraverso questa “connessione” Internet dalla Grecia, Édouard Louis prende anche coscienza di questo eterno sistema dominato dagli uomini, dove le cose vengono fatte “contro” le donne. E tutto cambia, ma senza altra enfasi se non quella che viene dall’animo di lei, per la prima volta in vita sua felice e “importante”, fino al trionfo finale che occupa le ultime pagine. Il figlio scriverà un altro libro come in un certo senso gli “impone” la madre, perché la letteratura in fin dei conti serve a riscattare i destini cattivi, a raddrizzare le cose, a testimoniare il valore della libertà. Con “Monique evade“, Édouard Louis ci ha regalato un libro tanto piccolo quanto prezioso.
