Monte dei Paschi di Siena, il risanamento su cui pochi avrebbero scommesso. La governance della banca più antica al mondo non può ridursi ad un premio alla carriera

Il Monte dei Paschi di Siena è arrivato a un passaggio che va oltre i numeri e oltre il piano industriale. La questione più attuale è la governance della nuova fase che si apre, e il sistema bancario lo ha capito prima ancora del mercato. Nel fine settimana, a Roma, il vertice del gruppo – consiglio di amministrazione, management e advisor – si è riunito per una due giorni di confronto sul nuovo piano industriale da presentare al mercato e soprattutto alla BCE che lo ha categoricamente richiesto entro marzo. Un appuntamento formalmente dedicato ai contenuti strategici, all’integrazione con Mediobanca, alle due opzioni sul tavolo: delisting e piena integrazione per massimizzare le sinergie valutate in 700 milioni di euro, oppure mantenimento della quotazione e ripristino del flottante per preservare flessibilità in vista di una seconda fase di risiko bancario. Ma sarebbe un errore leggere l’incontro come un semplice passaggio tecnico. La due giorni al Parco dei Principi è stato visto soprattutto come un tentativo di ricomposizione di politica interna, dopo mesi di tensioni crescenti all’interno del board. Sotto la guida di Luigi Lovaglio, MPS ha compiuto oggettivamente un risanamento che pochi avrebbero scommesso di vedere in tempi così rapidi. La banca è stata messa in sicurezza, la redditività recuperata, la credibilità ristabilita. Anche l’operazione Mediobanca, per quanto a tratti divisiva, ha segnato un cambio di passo nella postura strategica dell’istituto.

Sarebbe miope negarlo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non riconoscere che l’operazione Mediobanca è il risultato di una convergenza di interessi e di responsabilità che ha coinvolto più livelli della governance e più centri decisionali, e non può essere ricondotta a una paternità esclusiva. Inoltre la governance della banca più antica al mondo non può ridursi a un premio alla carriera. È uno strumento funzionale a una fase storica. E la fase che si apre ora è radicalmente diversa. Il modello di leadership che ha funzionato nella fase di emergenza sta mostrando oggi tutti i suoi limiti in una fase che richiede equilibrio, condivisione e gestione multilaterale del consenso. Negli ultimi mesi il comportamento dell’amministratore delegato Lovaglio – che secondo fonti interne alla banca si è comportato sempre più come l’uomo solo al comando, anche verso i nuovi azionisti Delfin e Caltagirone – ha prodotto frizioni evidenti. Non sul merito delle scelte industriali, ma sul metodo, sul grado di coinvolgimento del board e sulla gestione delle relazioni con gli azionisti. Altro elemento dirimente è rappresentato dal fatto che Lovaglio risulta indagato a titolo personale dalla Procura di Milano per la scalata a Mediobanca. Proprio alla luce di questa circostanza il Comitato nomine ha approvato una bozza di regolamento rafforzato per la formazione della lista del Cda, che prevede presìdi specifici a tutela dell’imparzialità e della credibilità del processo decisionale.

Secondo il Comitato non è ipotizzabile che l’amministratore delegato, da indagato, possa interloquire direttamente con i soci né contribuire al processo di selezione dei candidati. Una scelta che – pur nel pieno rispetto della presunzione di innocenza – risponde all’esigenza di preservare la credibilità agli occhi del mercato e della vigilanza europea. Pur riconoscendo l’ottima gestione, il consiglio in modo sostanzialmente totalitario ritiene che Lovaglio non debba essere inserito nella lista che lo stesso Cda presenterà per il rinnovo. In parallelo, il consiglio si è ricompattato intorno a due figure considerate oggi centrali per la tenuta dell’istituto: il presidente del CdA Nicola Maione e il presidente del comitato nomine Domenico Lombardi. È a loro che – secondo fonti interne alla banca – viene riconosciuto il merito di aver garantito l’equilibrio negli ultimi mesi, proprio mentre le tensioni interne rischiavano di trasformarsi in instabilità percepita dal mercato. Nel mentre gli azionisti non si espongono formalmente: Caltagirone ha precisato nell’ultimo comunicato alla stampa che “per esprimere il proprio parere attende l’assemblea e la consultazione eventualmente prevista e che si mantiene in silenzio non intendendo influenzare le decisioni in merito del cda”; dal MEF sono invece trapelate voci sulla possibilità di sostenere il rinnovo dell’attuale AD, ma gli analisti fanno notare che dopo la dismissione delle partecipazioni il Tesoro, con una quota residua del 4,9%, non sarebbe più il vero decisore.