Napoli, Landini apre la campagna sul referendum della giustizia con lo stile di Masaniello

MAURIZIO LANDINI SEGRETARIO CGIL

A Napoli, il segretario generale della CGIL, Maurizio Landini, ha scelto di vestire i panni di Masaniello — simbolo della rivolta contro le gabelle — aprendo la campagna referendaria sulla riforma della giustizia. Un avvio scenografico, con cui il leader sindacale ha presentato il referendum come uno scontro eminentemente politico, sostenendo che i cittadini ne sarebbero pienamente consapevoli e mettendoli in guardia da un presunto disegno della destra volto a sottomettere i magistrati al potere politico.

Una rappresentazione che non regge alla prova dei fatti. L’articolo 104 della Costituzione non viene minimamente intaccato dalla riforma: l’autonomia e l’indipendenza della magistratura restano integre. Parlare di assoggettamento del potere giudiziario significa, dunque, forzare la realtà e alimentare una narrazione allarmistica. Il discorso di Landini raggiunge l’acme quando, tra ironia e provocazione, propone il “sorteggio dei parlamentari” e si spinge a chiedersi perché non sorteggiare anche i sindaci. Una sgrammaticatura istituzionale evidente: nelle democrazie rappresentative e nei referendum è il popolo a decidere, non il caso. E tuttavia, proprio evocando il sorteggio, il segretario della CGIL finisce per sfiorare involontariamente il nodo centrale della riforma: la crisi della correntocrazia che governa l’Associazione Nazionale Magistrati. Il sistema delle correnti ha esercitato per anni un’influenza determinante sull’ordinamento giudiziario, trovando nel Consiglio Superiore della Magistratura una naturale cinghia di trasmissione.

L’ipotesi di due CSM composti anche tramite sorteggio rappresenta oggi il vero punto di frizione: non perché riduca l’autonomia della magistratura, ma perché incrina equilibri di potere consolidati. È questo, in fondo, il “gatto nero” che attraversa la strada dell’ANM. Quanto alla separazione delle carriere, essa discende logicamente dal passaggio al processo accusatorio ed è coerente con l’articolo 111 della Costituzione, così come riformato dal governo D’Alema: il processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale, e la legge ne assicura la ragionevole durata. Landini ritrova invece misura e credibilità quando torna a svolgere fino in fondo il ruolo di sindacalista, difendendo i circa dodicimila lavoratori precari della giustizia assunti con il PNRR, il cui futuro occupazionale resta incerto. Qui pone una questione reale e concreta: la carenza di organici e la necessità di investimenti strutturali in personale e tecnologie.

Sul resto, però, il leader della CGIL sceglie uno scontro frontale e ideologico, attaccando la separazione delle carriere, il doppio CSM con sorteggio e l’Alta Corte disciplinare con toni che poco si addicono al segretario del più grande sindacato del Paese. Così la campagna referendaria viene aperta più nello stile di Masaniello che nella tradizione riformista del sindacalismo italiano. Eppure la storia del sindacato di Corso Italia racconta ben altro. Anche nei momenti più duri della Repubblica, la CGIL ha rappresentato una forza di equilibrio e di garanzia democratica. Basti ricordare Giuseppe Di Vittorio e, più tardi, Luciano Lama: leader capaci di coniugare conflitto sociale e responsabilità istituzionale, senza mai scivolare nella delegittimazione delle istituzioni.

Oggi, invece, Landini sembra muoversi su un crinale diverso, occupando uno spazio politico che nessun segretario della CGIL aveva mai presidiato con tanta evidenza, mentre la segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, appare più prudente e defilata. Un paradosso che pesa sull’equilibrio complessivo del campo progressista. Landini si propone così come il difensore d’ufficio della magistratura, impegnato a dire no a un referendum che chiama i cittadini a esprimersi su una riforma certamente politica, ma non per questo eversiva. Trasformare il confronto in una narrazione allarmistica significa eludere il merito della riforma e sottrarre spazio al giudizio popolare. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccupare chi, per storia e funzione, è chiamato a rafforzare — non a indebolire — la fiducia nelle istituzioni democratiche.