Italia
Napoli, Manfredi e l’Art Bonus per restaurare opere dimenticate: il mecenatismo tra le politiche culturali del Meridione
Il mecenatismo è l’intervento volontario di soggetti privati a sostegno della tutela, valorizzazione e produzione culturale. Non è filantropia generica né sponsorizzazione commerciale. È una relazione regolata tra interesse privato e finalità pubblica, che trova legittimazione solo se inserita in un quadro di indirizzo politico e amministrativo definito.
A Napoli il Comune, per impulso del sindaco Gaetano Manfredi, ha avviato l’utilizzo dell’Art Bonus per restaurare opere dimenticate presso il Maschio Angioino. Ma il discorso vale per tutti. Al Sud, il mecenatismo non può essere letto come pratica accessoria né come risposta contingente alla scarsità di risorse pubbliche, ma come una componente potenziale delle politiche culturali pubbliche. In territori caratterizzati da un patrimonio culturale diffuso, stratificato e spesso fragile, il rapporto tra pubblico e privato assume una funzione sistemica: o è governato politicamente, oppure produce effetti distorsivi, selettivi, talvolta regressivi. La spesa pubblica ordinaria non è sufficiente a garantire tutela, manutenzione e programmazione culturale di medio-lungo periodo. Ma il ricorso al mecenatismo non può tradursi in una delega implicita al mercato. Il contributo privato è efficace solo se inserito in una cornice pubblica che stabilisca priorità, obiettivi, standard di accessibilità e criteri di valutazione. Il pubblico non deve arretrare: deve esercitare la funzione di regia e di controllo.
Nel Mezzogiorno questo equilibrio è particolarmente delicato. Il patrimonio culturale non coincide solo con i grandi attrattori, ma con una costellazione di beni minori, che difficilmente attraggono investimenti privati spontanei, perché generano ritorni economici lenti e poco visibili. Un mecenatismo non governato tende quindi a concentrarsi dove il ritorno reputazionale è immediato, accentuando squilibri territoriali già esistenti. La funzione della politica pubblica è esattamente questa. Orientare il contributo privato verso obiettivi di interesse generale, trasformando una scelta volontaria in una leva di coesione. Dove il mecenatismo è stato accompagnato da modelli di gestione chiari, integrazione con i sistemi educativi, connessione con politiche turistiche sostenibili e monitoraggio degli impatti, ha contribuito a costruire infrastrutture culturali stabili. Dove si è ridotto all’evento o all’operazione simbolica, l’effetto si è esaurito rapidamente. Il mecenatismo, in questa prospettiva, può diventare anche uno strumento di politica industriale della cultura.
Nel Mezzogiorno significa sostenere filiere creative locali, rafforzare competenze professionali, stabilizzare occupazione qualificata, costruire economie culturali meno dipendenti dall’emergenza e dalla stagionalità. Ma questo richiede una pubblica amministrazione capace di progettare e negoziare, non solo di autorizzare; di valutare risultati, non solo di acquisire risorse. Esiste infine una dimensione apertamente politica. La cultura, a Napoli e nel Mezzogiorno, è anche terreno di rappresentazione e di potere simbolico. Senza una regia pubblica forte, il rischio è che il privato selezioni ciò che è “degno” di essere salvato o raccontato secondo criteri esterni ai territori. Il rapporto pubblico-privato, dunque, non è una scorciatoia finanziaria, ma un’opzione precisa. Il privato apporta risorse e capacità, il pubblico stabilisce senso, direzione e interesse collettivo. Al Sud, la differenza tra mecenatismo e semplice sponsorizzazione non è tecnica. È una scelta politica.
© Riproduzione riservata







