Nessuno capisce Donald Trump. Il leader che ha riesumato e fatto sua la Dottrina Monroe

Neppure un cortigiano esperto come Polonio sarebbe in grado di individuare una logica nella follia di Donald Trump, salvo rendersi conto che, al pari di quella del principe Amleto, è una pazzia simulata e strumentale al fine di un obiettivo chiaro: svelare il mistero della morte del padre. Proprio qui sta la differenza: non si capisce – a poco più di un anno dal suo insediamento alla Casa Bianca – quale sia la linea politica che ispira il leader dell’impero più potente che l’Uomo abbia mai costruito nei millenni della sua storia, perché Trump ne segue tante, tra loro diverse, contemporaneamente.

Chi è Trump?

Il presidente teorico del Maga che ha riscoperto l’anima isolazionista degli Usa oppure quello che intende esportare la democrazia anche con le bombe e non esita ad inviare i più potenti aerei del mondo a bombardare i siti nucleari dell’Iran perché glielo ha chiesto Israele? È quello che vorrebbe abbandonare l’Ucraina al suo destino o quello che corre in difesa dei cristiani in Nigeria, mettendo in imbarazzo persino il Vaticano che per motivi suoi non è propenso a parlare di persecuzione religiosa? È quello che mobilita la Guardia nazionale nel suo Paese per contrastare le proteste nei suoi confronti o quello che minaccia rappresaglie in Iran se i Guardiani della Rivoluzione reprimono con la violenza le manifestazioni di piazza?

Trump vorrebbe andare d’accordo con Putin ma non esita a colpire (si veda la vicenda Maduro) gli amici della Russia. The Donald ha riesumato e aggiornato la Dottrina Monroe che è divenuta la Dottrina “Donroe”, e che ora si legge così: “L’America ai nordamericani”. In conferenza stampa, infatti, Trump ha accusato il regime chavista di aver rubato gli Usa del loro petrolio. Non è facile stare dietro all’inquilino della Casa Bianca. Nella storia ci sono state alleanze scomode nel senso che la solidarietà tra Paesi legati da un patto o da un rapporto di subordinazione reciproca (si pensi ai tempi della guerra fredda) faceva aggio rispetto alla presa di distanza dagli errori di un partner importante. È ammissibile pertanto che un governo, come quello italiano, manifesti legami con l’amministrazione Trump anche nel caso di una linea di condotta discutibile.

Il fatto è che di linea non ce ne è una sola e che non si può solidarizzare oggi per i motivi opposti a quelli per cui si è solidarizzato ieri e che oggi vengono smentiti. Ma non solo. Mentre importanti governi democratici fallirono (con John Kennedy) il colpo di mano nella Baia dei Porci a Cuba o, anni dopo, con Jimmy Carter il blitz nel deserto dell’Iran, Trump può vantarsi di aver messo in atto una brillante operazione militare speciale e di avere impartito una lezione di stile a Putin, nonché di aver sperimentato con successo un modello per altre occasioni. Magari a partire dalla Groenlandia dove tra non molto potremmo trovarci nella situazione paradossale in cui gli Usa occupano l’Isola e la Danimarca lamenta l’aggressione e chiede l’applicazione dell’articolo 5 del trattato della Nato. L’escalation trumpiana ha lasciato interdetta la comunità internazionale. In Italia abbiamo assistito a generosi tentativi di arrampicarsi sugli specchi.

Il governo e il centro destra hanno cercato di svolgere il ruolo di avvocati d’ufficio di Trump, ma con poco successo. La sola ad aver avuto un’idea nuova (che potrebbe affermarsi nel contesto europeo) è stata la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, attraverso una conversazione telefonica con la leader dell’opposizione venezuelana e premio Nobel per la pace Maria Corina Machado (che sembrava messa da parte da Trump). Al centro della chiamata, le prospettive di una transizione pacifica e democratica nel Paese. Quanto alla sinistra si sprecano i richiami al diritto internazionale, corredati da un evidente imbarazzo, perché vi è la consapevolezza di una certa simpatia per il regime del compagno Maduro e si teme una rapida riconversione dei movimenti pro-Pal, di cui si avvertono le prime avvisaglie.

Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, criticarono, a suo tempo, il conferimento del Nobel per la Pace 2025 a Maria Corina Machado, definendola una scelta che rifletteva l’egemonia della destra conservatrice (Maduro era la sinistra?) e non coerente con l’impegno per la pace, dato che Machado sosteneva l’intervento militare USA in Venezuela ed esprimeva, sullo scenario internazionale più ampio, posizioni vicine a quelle di Netanyahu. Intanto, Maurizio Landini, l’ANPI e compagnia cantante hanno già iniziato la danza al grido di “Maduro ce l’ha duro!”.