Erasmo D’Angelis, presidente della Earth Water Agenda ed ex coordinatore della Struttura di Missione Italia Sicura a Palazzo Chigi, ha dedicato anni allo studio e alla prevenzione del dissesto idrogeologico. Per lui, la frana di Niscemi riporta al centro un tema antico e irrisolto.
La frana di Niscemi riaccende il tema del dissesto idrogeologico non solo nel Mezzogiorno. Da dove dovrebbe ripartire lo Stato per evitare che tragedie annunciate diventino la norma?
«Lo Stato, e chi fa politica, potrebbe utilmente ripartire da Google Maps, che oggi indica tante località chiamate La Frana raggiungibili da Via della Frana, Strada comunale della Frana, Via di Franata, Via del Dirupo, Contrada Ceduta, Zona franosa, Zona della frana, Terra che scende… Sono tutte raggiungibili tra interruzioni e strade puntellate con muri di sostegno, ancoraggi, tiranti d’acciaio, micropali, iniezioni di cemento, reti paramassi. Oppure si potrebbe partire dal vocabolario della lingua italiana che, caso unico al mondo, moltiplica la parola “frana” in un mare di sinonimi: crollo, fenomeno franoso, franamento, smottamento, scoscendimento, scivolamento, sprofondamento, sfaldamento, slittamento, colata, fl usso, valanga, cedimento, slavina, caduta, tracollo, dissesto, rovina, frattura, distacco, dilavamento… È la dimostrazione plateale dello stato di dissesto di tanti nostri territori, un problema rimosso. Come le cause delle immani tragedie vissute, a partire dalla strage del Vajont con il crollo nella diga del monte Toc, che in quella zona indicava “monte marcio” o “in bilico”. Abbiamo subìto frane che hanno fatto il giro del mondo, come la più estesa d’Italia, quella di Ancona del 1982, per il crollo del pendio detto Ruina, dove dall’epoca dei Romani nessuno aveva mai osato costruire perché i nomi avevano un senso. Più che natura matrigna, siamo stati figli smemorati».

Dunque il dissesto non è un’emergenza episodica ma un’eredità storica…
«Già. Lo ricordavano ai loro contemporanei l’architectus dell’Imperium di Roma, Marco Vitruvio Pollione, che nel De Architectura metteva in guardia dal rischio di costruire su terreni franosi; e mezzo millennio fa Leonardo da Vinci, che si disperava constatando che pendii, colline e monti “sono disfacti dalle piogge e dalli fiumi…”. Oggi sappiamo che Madre Natura, sulla Penisola, ha voluto esagerare con geologia, morfologia e idrologia, regalandoci la più grande fragilità da frana dell’intero continente europeo. Ma noi abbiamo aggiunto abusi, imprudenze, mancata prevenzione, provocando disastri colposi e dolosi. Dobbiamo prendere coscienza del dato sbalorditivo: a fronte delle circa 750.000 aree in frana dei 27 Paesi europei, l’Italia ne conta 620.808, catalogate da ISPRA, ricadenti nel territorio del 94,5% dei nostri comuni, con rischi maggiori per quasi 6 milioni di italiani. Nell’ultimo secolo abbiamo registrato 17.000 gravi frane in circa 14.000 località, con 5.939 vittime, centinaia di migliaia di feriti, milioni di sfollati ed esborsi economici pari a 1,2 miliardi di euro all’anno. È il momento di reagire».
Perché l’Italia ha, come dire, i piedi d’argilla?
«Perché i nostri suoli, per due terzi montuosi e collinari, sono geologicamente tra i più “giovani” del pianeta: sabbiosi, argillosi, facilmente erodibili dalle piogge. Con il cambiamento climatico, gli effetti si aggravano: oggi le frane sono sempre più associate alle alluvioni. E noi abbiamo costruito ovunque, nonostante l’alto rischio, con abusi cresciuti da un 2,8% del costruito nel 1956 all’8,5% di oggi, frutto di quattro sanatorie. È il segno dell’imprudenza e della mancata prevenzione. Niscemi è solo l’ultimo campanello d’allarme».
Dopo la frana di Niscemi è stato aperto un fascicolo giudiziario. Nelle emergenze le Procure rappresentano un presidio di legalità o un ulteriore livello che rischia di rallentare interventi già complessi?
«Ci sono interventi urgenti che non possono e non devono essere fermati da nessuno. La frana di Niscemi impressiona per dimensioni, vastità e per un fronte di circa quattro chilometri. Che sarebbe ripartita era una certezza: ha una storia secolare alle spalle. Dopo i crolli del 13 ottobre 1997 il paese era stato dichiarato a “pericolosità elevata per rischio idrogeologico”. Ma, passata l’emergenza, addio alle opere di prevenzione, alle delocalizzazioni promesse degli edifici più a rischio sul versante in frana, al progetto di regimazione delle acque del torrente Benefizio: un appalto da 9 milioni di euro aggiudicato nel 2007, ma con un cantiere mai aperto a causa di contenziosi».
Quali sono gli interventi strutturali che mancano da decenni e che non possono più essere rinviati? Cosa serve davvero?
«Possiamo e dobbiamo fare molto, anzi moltissimo. Le tecnologie oggi garantiscono la massima sicurezza possibile contro ogni rischio: sismico, idraulico, idrogeologico. Ma servono investimenti strutturali e costanti. E inspiegabilmente questa tipologia di investimenti per la sicurezza degli italiani resta fuori dai radar. I quattro anni della Struttura di Missione Italia Sicura, con i governi Renzi e Gentiloni, hanno dimostrato l’utilità di un coordinamento centrale di tutti gli attori istituzionali sul territorio. Oggi servirebbe riavviare quel piano nazionale, sempre attuale, che prevede circa undicimila opere per un investimento di 30 miliardi in dieci anni di cantiere. Servirebbe un nuovo PNRR per avere un’Italia molto più sicura ed evitare che lo Stato continui a spendere ogni anno 12 miliardi in sole riparazioni, risarcimenti e ricostruzioni. Se continueremo a ignorare gli investimenti sulla sicurezza, conteremo ancora vittime e danni».
