La fragilità del suolo italiano non è più una notizia, ma una condizione cronica. L’ultimo evento di Niscemi, una frana di proporzioni ciclopiche, ha svelato uno scenario terrificante: un’intera parte di città che scivola via. Eppure, in questo dramma emerge un dato che i media spesso ignorano per inseguire il sensazionalismo: lo Stato ha funzionato, gestendo l’emergenza in modo quasi impeccabile.
La gestione del territorio
Il paragone mediaticamente distorto con la tragedia del Vajont si sgretola proprio davanti a quelle “zero vittime” che meravigliano tutti. Merito di un monitoraggio d’avanguardia e di un’azione operativa che, nel momento critico, ha saputo quando e come evacuare il paese. Tuttavia, superata l’emergenza, si pone un problema strutturale ben più profondo. Si sa, in Italia prevenire è più difficile che curare, e così la delocalizzazione preventiva è diventata un miraggio. Se un tempo lo Stato aveva la forza di spostare interi quartieri o comuni, oggi la gestione del territorio è paralizzata da un’impasse normativa e sociale che rende impossibile sradicare le persone dal pericolo prima che il disastro avvenga.
L’approccio alla sicurezza pubblica del passato
Nel dopoguerra e fino agli anni ’80, l’approccio alla sicurezza pubblica — forse perché centralizzato — era di gran lunga più autorevole ed efficiente. Lo Stato decideva e tutti si allineavano. Basta citare due esempi. Apice Vecchia (Irpinia, 1980): dopo il sisma del 23 novembre, il centro storico di Apice non fu giudicato recuperabile. Lo Stato non mediò e impose lo sgombero totale. Nacque Apice Nuova, un intero insediamento costruito ex novo a pochi chilometri da quello storico. Nonostante il dolore dell’abbandono, l’operazione fu portata a termine con una fermezza amministrativa che oggi risulterebbe impensabile. Secondo esempio: Pozzuoli (1983). Durante la crisi del bradisismo, l’allora ministro per il Coordinamento della Protezione Civile, Giuseppe Zamberletti, orchestrò il trasferimento di migliaia di flegrei verso il nuovo quartiere di Monterusciello. Fu un’operazione di ingegneria sociale e urbanistica del tutto inedita: si costruirono migliaia di alloggi in tempi record per svuotare le zone del Rione Terra e del centro storico a rischio crollo (aree, peraltro, oggi in gran parte recuperate a nuova vita).
Oggi non si può più delocalizzare
Ma perché oggi non si può più delocalizzare? Operazioni simili a quelle di Monterusciello o Apice sono considerate deportazioni e incontrerebbero ostacoli insormontabili, gli stessi che attanagliano tanti altri interventi strategici per il paese, dalle infrastrutture energetiche ai trasporti, fino alla sicurezza idraulica: frammentazione del potere, accanita difesa della proprietà, ricerca del consenso politico. Oggi gli enti locali, malgrado l’ampio potere di cui godono, non hanno risorse né strumenti legislativi per imporre delocalizzazioni di massa, ma ancor meno possiedono la volontà politica di farlo. Ogni tentativo viene sommerso da ricorsi al Tar e battaglie legali che durano decenni. In un Paese dove il mattone rappresenta il principale risparmio delle famiglie, l’idea di abbandonare la propria casa per un nuovo insediamento viene percepita come un fallimento economico, non come una salvezza fisica. Nessun sindaco ha oggi il coraggio politico di “decretare la morte” di un quartiere o di una frazione spostandone gli abitanti, i quali appaiono colpiti da una sorta di morbo: la conservazione delle cose prevale sulla conservazione della vita. Ogni cittadino preferisce un rischio remoto a un trasferimento immediato.
Così, l’impossibilità di delocalizzare ha trasformato la prevenzione da predittiva a emergenziale, spostando il principio di precauzione sulle sole attività di monitoraggio con l’auspicio che i piani di evacuazione del “si salvi chi può” funzionino. A Niscemi abbiamo visto l’efficacia di questo sistema di ripiego: i cittadini sono stati fatti uscire in tempo, ma ora vivono la condizione di profughi in patria, in attesa di una ricostruzione dai tempi incerti. Ciò offre l’occasione a media e politici senza scrupoli di soffiare sul fuoco del catastrofismo. Compaiono i soliti sciacalli, che trasformano il dramma altrui in un ghiotto boccone, sia esso l’audience televisiva, i like o la battaglia politica contro il governo in carica, accusato di inefficienza e di scelte sbagliate, anche quando queste sono del tutto pretestuose, come il caso di voler distrarre i fondi del Ponte sullo Stretto.
Senza una nuova cultura che ammetta, oltre alla realizzazione di opere necessarie, anche scelte coraggiose — come possono essere le dolorose ma doverose delocalizzazioni — l’Italia rimarrà un Paese che “cura” ma non “previene”. E saremo condannati ad ascoltare celebrazioni di “miracolosi” interventi emergenziali e le false accuse dell’opposizione di turno al governo di turno, sullo scempio della gestione del territorio.
