No Meloni Day, violenza e slogan nelle proteste dei giovani. Ma dietro l’attivismo in piazza c’è solo vuoto

Passiamo ore, mesi, anni a tentare di insegnare ai nostri ragazzi la tanto vagheggiata competenza che chiamiamo pensiero critico, e non manchiamo di inserirla, più o meno consapevolmente, nelle nostre programmazioni didattiche. Ma dove va a finire tutto questo? Dove sono i frutti? Nel cercarli ci esponiamo spesso a un abbaglio, che ci porta a ritenere un buon frutto, in questo senso, ogni forma di attivismo. E così, di fronte a tutte le manifestazioni degli studenti, ci ritroviamo spesso ad approvarne l’impeto pur di contrapporlo a una certa arida indifferenza che li (e ci) pervade sempre più. Finiamo così per scambiare l’attivismo con l’impegno, la mobilitazione istintiva e spesso conformista con la partecipazione, il manifestare con il pensare.

Dovrebbe preoccuparci, invece, che i ragazzi scendano in piazza come hanno fatto ieri per il No Meloni Day, e come da un po’ di tempo fanno con sempre meno creatività. Sì, forse la parola giusta è proprio questa, perché coglie, in questo agire, una certa assenza di vitalità e di ricerca condivisa sulle reali urgenze della comunità, da cui solo possono nascere forme nuove, comprese quelle di espressione e manifestazione. Questa mancanza di freschezza ha un segno chiaro: la ripetitività. Pur sforzandoci, nelle manifestazioni di ieri non abbiamo trovato davvero nulla di nuovo: il consueto bersaglio governativo, sempre e comunque colpevole di tutto ciò che non va nell’universo mondo, l’abusatissimo slogan di sempre (“più soldi alla scuola e meno alla guerra”), le immancabili e sempre giustapposte proteste per il clima, il grido per la Palestina. Sempre tutto forzatamente mischiato, sempre tutto uguale.

Non siamo contro le manifestazioni dei giovani e comprendiamo la necessità di un ascolto delle loro istanze. Chi scrive si è persino espresso in difesa dei ragazzi che hanno fatto scena muta all’Esame di Stato (e il direttore Velardi, pur da posizioni opposte, ha avuto l’apertura per accogliere il commento su queste pagine). La loro protesta – scrivemmo allora – aveva tre caratteristiche: non era violenta e offensiva, assumeva una responsabilità personale (il singolo ragazzo pagava di persona il gesto della protesta), non mirava a infrangere le regole ma a sfruttarne il vuoto.

Le manifestazioni di ieri non avevano nulla di tutto ciò. Al contrario, avevano in sé la forza e la tutela dell’essere in gruppo, e, come riferiscono le cronache sui poliziotti feriti e sui cartelli esposti, più di qualche impeto di offesa e sopraffazione. Ma c’è una cosa, per quanto ci riguarda, ancor più desolante. Ieri dominava la vera grande nemica di ogni sforzo critico: la semplificazione.