Superata la boa del referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati, ci sarà il mare aperto da attraversare verso le elezioni politiche del 2027. C’è già chi lavora alacremente a una riforma della legge elettorale, per pensionare l’attuale “Rosatellum”, cercando una nuova etichetta nel “latinorum” che piace tanto ai politici e ai giornalisti, dal “Mattarellum” al “Porcellum” fino all’“Italicum”. Melonellum? Dovrebbe essere un proporzionale puro con premio di maggioranza, senza più collegi uninominali (a oggi valgono circa un terzo del totale).

Il mare agitato

Il nome dipenderà da chi vorrà intestarsi l’ennesimo cambio delle regole elettorali, sconsigliato – nell’anno che precede il voto – anche dal Consiglio d’Europa, oltre che dal buon senso, eppure fortemente voluto da una parte della maggioranza di governo, per evitare che la scissione di Vannacci possa mettere a rischio, soprattutto nei collegi uninominali, il successo dei candidati di Centro-Destra.
Il mare è agitato, anche tra chi sostiene il Governo Meloni: c’è chi assicura che la proposta di legge elettorale potrebbe essere depositata prima del referendum, per evitare che una eventuale sconfitta al voto sulla Giustizia possa far esplodere il dibattito e rendere incontrollato il percorso di riforma. La riflessione sull’opportunità di cambiare continuamente la norma sulle elezioni politiche – difficile credere che faccia bene al Paese modificare regole a ogni legislatura – rischia di essere inutile. Così si fa, così si è sempre fatto, con tutti i colori delle diverse maggioranze della Seconda Repubblica.

Cosa sappiamo del progetto della nuova legge elettorale

Gli architetti della nuova legge elettorale stanno lavorando su quattro questioni: il premio di maggioranza alla coalizione vincente (dovrebbe essere fissato al 40%), l’abolizione dei collegi uninominali, l’indicazione del premier sul programma da depositare (e magari non sulla scheda elettorale), una soglia di sbarramento per chi sta fuori dalle coalizioni: Meloni sembra voler lasciare il 3% per evitare che Calenda vada nel campo largo, la Lega vorrebbe il 4% per evitare di trovarsi in Parlamento gli “odiati” vannacciani.
L’unica ragione che potrebbe rendere opportuna una riforma elettorale – la reintroduzione delle preferenze – sembra fuori dal perimetro del possibile. Continueremo ad assistere alle decisioni dei “cerchi magici” che finiranno per compilare la lista dei fedeli e dei fedelissimi, invece di quella dei capaci e dei più apprezzati dal popolo degli elettori. Salvo poi stracciarsi le vesti sulla sempre meno appassionata partecipazione al voto: perché i cittadini dovrebbero fare la fila alle urne, quando non possono nemmeno indicare il nome del loro candidato preferito? La disaffezione elettorale è figlia anche di questo filtro impenetrabile tra chi stila le liste e chi è chiamato solo ad autorizzarle.

Il Parlamento che voterà il nuovo Presidente della Repubblica

Sarà un’occasione persa per rimettere in circolo – nelle vene del sistema elettorale – un po’ di sangue vero, quello fatto di partecipazione, rapporto personale, stima conquistata e riconosciuta. Il Palazzo continuerà a tenere chiuse le sue porte. E qualunque sarà la riforma elettorale sarà priva dell’unico elemento che potrebbe giustificarla: le preferenze, appunto. L’attenzione di tutti è rivolta agli equilibri da prevedere nel voto del 2027, con due preoccupazioni. La prima, ovvia: chi potrà guidare il Parlamento e il Paese per la nuova legislatura? Conferma del Centro-Destra (e di quale Centro-Destra) o rivincita del “campo largo” (con quale candidato premier?). La seconda: sarà il nuovo Parlamento a votare nel 2029 per l’elezione del Capo dello Stato. Improbabile – ma non impossibile, visto lo strappo deciso per il suo secondo settennato – un terzo mandato a Sergio Mattarella. Chi altri?