C’è un momento preciso in cui la vita di un cittadino incensurato smette di essere la propria e diventa un fascicolo, un numero di registro, un capo d’imputazione. Per Gilda Cardamone, quel momento è stato l’alba del 9 gennaio 2018. È il giorno dell’operazione “Stige”, la maxi-inchiesta della DDA di Catanzaro che ha scosso le fondamenta della Calabria con 169 arresti. In quella rete a strascico, gettata per catturare i vertici della ‘ndrangheta cirotana, finisce anche lei: una giovane donna, madre, imprenditrice, colpevole – secondo l’accusa iniziale – di essere la “faccia pulita” di un boss.
La storia di Gilda Cardamone, tuttavia, non è quella di un affiliato, ma l’emblema di quanto possa essere devastante una lettura investigativa che antepone il teorema alla realtà fattuale. Accusata di intestazione fittizia di beni aggravata dal metodo mafioso, Gilda viene posta agli arresti domiciliari e la sua pescheria, “Profumo di Mare”, frutto di sacrifici familiari, viene posta sotto sequestro. Per la Procura, quell’attività era in realtà riconducibile a un presunto esponente apicale della locale di Cirò.
Ma dietro le carte bollate e le misure cautelari, c’era una verità umana e documentale che urlava per essere ascoltata, e che inizialmente è rimasta muta alle orecchie degli inquirenti. Gilda Cardamone non era una pedina della criminalità. Era una donna che nel 2014 aveva lasciato Firenze per trasferirsi a Torre Melissa, una scelta d’amore e necessità dettata dalle gravi condizioni di salute del marito, cardiopatico e costretto a lasciare il lavoro in Toscana. L’apertura della pescheria “Profumo di Mare”, avvenuta il 2 giugno 2015, non era un’operazione di riciclaggio o schermatura di capitali illeciti, ma un tentativo di sopravvivenza e rinascita economica di una famiglia.
La difesa, sin dal primo istante, ha prodotto una mole documentale imponente, tracciando ogni singolo centesimo investito: il TFR del marito (circa 35.000 euro), un prestito della suocera, i canoni di affitto della casa di Firenze e, soprattutto, l’accesso a un bando pubblico regionale per il microcredito. Denaro pulito, tracciabile, lecito. Eppure, dal gennaio all’agosto 2018, Gilda Cardamone è rimasta prigioniera di un teorema. Privata della libertà, privata del lavoro, privata della dignità.
Le intercettazioni usate contro di lei, rilette con attenzione, si riferivano a un periodo in cui lei lavorava come dipendente in un’altra pescheria, ben prima che la sua attività esistesse. Un errore di prospettiva temporale che è costato mesi di sofferenza. La svolta arriva solo grazie alla tenacia difensiva e all’intervento della Suprema Corte di Cassazione. Con la sentenza n. 26931 del 2018, gli Ermellini annullano l’ordinanza del Tribunale della Libertà, impartendo una lezione di diritto fondamentale: per configurare l’intestazione fittizia non basta il sospetto, serve la prova della provenienza illecita delle risorse. La Corte sottolinea come fosse stato “deficitario (anzi erroneo)” ignorare la documentazione sulla liceità dei fondi fornita dalla difesa. È il preludio alla liberazione. Il 28 giugno 2018, il Tribunale del Riesame in sede di rinvio, recependo i dettami della Cassazione, annulla l’ordinanza genetica. Poco dopo, il 4 agosto 2018, il GIP dispone finalmente il dissequestro dell’azienda, ammettendo che “non possa allo stato ritenersi integrato la gravità indiziaria” e riconoscendo la provenienza lecita delle risorse. Ma il calvario non finisce con la libertà.
Il processo deve fare il suo corso. Gilda Cardamone viene assolta in primo grado. Una sentenza che avrebbe dovuto mettere la parola fine all’incubo. Invece, in un accanimento che spesso contraddistingue certi iter processuali, la Procura appella l’assoluzione. La donna, già vittima di un errore cautelare riconosciuto, è costretta a subire il secondo grado di giudizio, vivendo ancora con la spada di Damocle sulla testa, prima di essere assolta definitivamente. Il caso di Gilda Cardamone, letto oggi alla luce delle recenti assoluzioni nello stesso procedimento, impone una riflessione profonda. L’attività investigativa è un pilastro della democrazia, ma quando la “cultura del sospetto” prevale sull’analisi oggettiva delle prove documentali, quando si firmano ordinanze di custodia cautelare ignorando la “prova di resistenza” offerta dalla difesa, lo Stato rischia di trasformarsi in Leviatano. La giustizia, quella vera, è arrivata per Gilda Cardamone. Ma chi le restituirà i mesi di angoscia, l’immagine lesa, i giorni persi lontana dalla sua attività e dalla serenità familiare? La sua assoluzione definitiva è una vittoria della verità, ma anche un monito severo: la libertà personale è un bene troppo prezioso per essere compresso sulla base di teoremi che non reggono alla prova dei fatti. Una lezione che, si spera, resti impressa nelle aule di giustizia tanto quanto nelle coscienze di chi ha il potere di giudicare.
