Gli Stati Uniti hanno deciso di attivare il pugno di ferro contro Mosca. The Donald, ormai è chiaro, non ha gradito l’atteggiamento del presidente russo nel dopo vertice in Alaska, e l’irritazione ha ormai raggiunto l’apice. Del resto man mano che le indiscrezioni hanno iniziato a filtrare è apparso evidente che l’amministrazione americana ha teso più di una mano alla Russia per tentare di chiudere il conflitto in Ucraina, rischiando di penalizzare non poco Kiev. Lo scopo era chiaro e anche necessario per tentare un compromesso che il Cremlino e il presidente Putin potessero accettare, rendendo l’accettazione di una pace che fosse per Mosca il meno umiliante possibile.

L’umiliazione è foriera di risentimento e come la storia ci ha insegnato, anticamera di nuovi e più drammatici conflitti. Lo smacco per Mosca è sotto gli occhi di tutti, ed anche una delle ragioni che spingono Putin a seguitare in una guerra in perenne stallo e che non sembra prospettare alcuno sbocco che non includa anche il rischio concreto di una escalation. La mano tesa però non è stata accolta da Mosca e la cancellazione del vertice di Budapest ne è stata la dimostrazione finale. Il nuovo braccio di ferro oltre ad allontanare una pace che è evidente per varie ragioni Mosca non vuole, rende complessa la coesistenza all’interno della sfera d’influenza americana, Europa compresa, di atteggiamenti morbidi verso est. Lo ha compreso l’Ungheria che con Mosca ha solido rapporti ed ha scelto un atteggiamento dialogante che in un certo senso è parso poter tornare utile nel dialogo alla ricerca di una pace ad oggi improbabile. Ma ora Washington preme perché a cessare siano gradualmente i rapporti economici tra Budapest e Mosca, e in particolare che ha frenare siano gli acquisisti di petrolio russo. Gli americani vogliono tappare l’ultima falla rimasta in Europa.

Non ci sono dubbi che su Orban e sul governo ungherese Trump abbia un certo ascendente politico che né Biden né nessun altro ha. Così l’incontro a Washington tra Orban e Trump, il primo sulle sponde del Potomac del ritorno del Tycoon alla Casa Bianca, é l’occasione per il premier magiaro di chiedere ottenere – così sperano sulle sponde del Danubio blu – maglie più larghe sulle sanzioni usa proprio al greggio russo. Del resto l’obiettivo delle sanzioni varate dall’amministrazione USA il 22 ottobre per convincere i russi ai negoziati. Le sanzioni del Dipartimento del Tesoro colpiscono i colossi petroliferi Rosneft e Lukoil. Il rischio di Budapest è quello di ingabbiarsi nelle cosiddette sanzioni secondarie che gli Stati Uniti utilizzano per aumentare la pressione sui partner che vacillano o su chi appunta si mistrà restio a sposare la linea varata appunto dalla Casa Bianca. Proprio i colossi petroliferi russi hanno rapporto fortissimi con l’Ungheria e pesanti investimenti nel ex regno asburgico.

Per Washington che alla pace non ha certo chiuso le porte, Orban rimane l’uomo giusto, per appunto tentare una qualsivoglia forma di mediazione terza. Resta una possibilità l’ho ha detto lo stesso Trump proprio accogliendo il Premier Ungherese, per incontrare Putin. Dove e soprattutto quando non è dato saperlo. Questa volta The Donald vuole mostrare i denti e non sembrare accondiscendente come speso è stato – dolosamente – descritto da una certa stampa.

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Nato nel 1994, esattamente il 7 ottobre giorno della Battaglia di Lepanto, Calabrese per grazia di Dio e conservatore per vocazione. Allievo non frequentante - per ragioni anagrafiche - di Ansaldo e Longanesi. Direttore di Nazione Futura dal settembre 2022 a maggio 2025. Oggi e per sempre al servizio della Patria. Fumatore per virtù - non per vizio - di sigari, ho solo un mito: John Wayne.