Come ha detto Zelensky nel suo bellissimo discorso alla nazione, “siamo in un momento decisivo”. Ciò riguarda in primo luogo la nazione e il popolo ucraino, sottolineando non a caso i due termini, perché la loro stessa esistenza è messa a rischio dai 28 punti del documento congiunto USA-Russia che ha escluso sia gli Ucraini che l’Unione europea. In primo luogo i Paesi del Nord (Moldavia, Svezia, Finlandia, Polonia, Paesi Baltici) qualora l’Ucraina venisse meno come autonoma entità politica e militare, sarebbero sotto il giogo di un putinismo dilagante per ricostruire la “Santa Russia”.

Questa “Santa Russia”, l’altro ieri dominata dagli Zar, adesso sarebbe l’espressione di uno Stato guidato non dal PCUS, ma da qualcosa di peggio cioè dall’unica struttura esistente in campo dopo il crollo del 1989-1991 cioè il KGB oggi chiamato FSB con a capo il suo leader Putin. Ma a quel punto sarebbe anche schiacciata tutto il resto dell’Europa (quindi la Germania, la Francia, e a seguire l’Italia e la Spagna), compressa dalla intesa diretta fra gli USA trumpiani e la Russia putiniana: uno sconvolgimento rispetto a ciò che da dopo il 1945 è in campo, vale a dire l’Occidente con la sua geopolitica e i suoi valori di democrazia e di libertà.

Non c’è’ dubbio a questo proposito che il problema è costituito da Trump. Nel migliore dei casi per Trump la politica è solo business, non certo i valori dell’Occidente (Trump sul piano interno porta avanti una linea di assoluto autoritarismo, contraddittorio con tutta la storia dell’America). Tutto il suo disegno è negativo: dalla sostituzione dei business ai valori, dall’illusione di poter distaccare la Russia dalla Cina, al suo disprezzo per l’Europa che invece anche in termini di politica di potenza dovrebbe costituire un retroterra geopolitico più che fare i conti con la Russia e con la Cina. In termini strategici, la scelta di fondo è quella espressa da Habermas nella sua intervista di domenica: “L’Europa deve giocare tutte le sue carte su sé stessa, a partire dalla sua dimensione politica, culturale, economica e militare”.

In questo quadro, in prospettiva va costruito l’esercito europeo, ma nell’immediato va dato il massimo spazio possibile al rafforzamento degli eserciti nazionali. Nell’immediato la carta decisiva è quella di un’Ucraina sostenuta non solo a parole dagli Stati volenterosi, fra i quali ci auguriamo si collochi senza ambiguità l’Italia di governo sostenuta dai centristi. L’obiettivo deve essere quello di smontare le cose più negative presenti nei 28 punti a partire dal ridimensionamento dell’esercito ucraino e dalla mancata chiarezza della rete di sicurezza.

Non si può fare a meno di sottolineare la paradossalità della situazione italiana, nella quale né la maggioranza di centrodestra, né l’opposizione hanno politiche estere precise e omogenee. I partiti e i giornali putinisti sono collocati sia nella maggioranza che all’opposizione con una vasta area di ambiguità presente nel PD. Ciò nella prima Repubblica avrebbe già provocato crisi di governo ed elezioni anticipate. Finora sia Meloni che Schlein hanno preferito gestire con la furbizia le rispettive ambiguità, ma è difficile che ciò possa continuare a lungo, anche perché l’iniziativa russo-americana egemonizzata da Putin sta creando un enorme problema.

Questo è il quadro determinato dai 28 punti concordati fra Trump e Putin senza Zelensky e gli europei e quindi molto negativo. A loro volta gli Ucraini e i Volenterosi, Italia compresa, fra sabato e domenica hanno fatto uno sforzo disperato per rientrare nel gioco, proponendo modifiche agli aspetti più negativi di quel testo. Nella sua erraticità e imprevedibilità a sua volta Trump nella giornata di domenica ha detto che i 28 punti sono rivedibili. Tutto è possibile, in peggio e in meglio, perché di mezzo ci sono i rapporti reali tra Trump e Putin che nessuno, al di fuori di loro, conosce.