Palazzo Chigi archivia il 2025 col compromesso sull’Ucraina, ma rinvia il referendum a gennaio

L’ ultimo Consiglio dei ministri del 2025 dura meno di un’ora e si chiude con un solo vero risultato: il via libera al decreto che proroga gli aiuti all’Ucraina fino al 31 dicembre 2026. Sul referendum per la separazione delle carriere, invece, il silenzio. “Non se n’è parlato”, taglia corto il ministro Nello Musumeci uscendo da Palazzo Chigi. La decisione sulla data, con ogni probabilità, slitterà a gennaio.
La scelta di accelerare sul dossier ucraino e frenare su quello della giustizia risponde a una logica politica precisa.

Il decreto Kiev era diventato nelle ultime settimane il terreno di scontro più aspro tra i partner di governo, con la Lega che minacciava di non votare un provvedimento “uguale ai precedenti”. Chiudere la partita prima di Capodanno significa archiviare le tensioni interne e presentarsi al 2026 con l’immagine di una coalizione ricompattata. Ma c’è anche una ragione di politica estera: all’indomani del vertice di Mar-a-Lago tra Trump e Zelensky, e mentre si intensificano i contatti diplomatici per un possibile cessate il fuoco, Roma aveva bisogno di inviare ai partner occidentali un segnale inequivocabile di affidabilità atlantica. Rinviare ancora il decreto avrebbe alimentato dubbi sulla tenuta della posizione italiana nel fronte di sostegno a Kyiv.

Sul referendum, invece, la maggioranza preferisce prendersi tempo. Con il Paese in modalità festiva, una decisione sulla data avrebbe esposto il governo alle polemiche dell’opposizione senza la possibilità di replicare in modo coordinato ed efficace. Meglio rinviare a gennaio, quando i partiti potranno schierare i loro portavoce e avviare la campagna referendaria con una strategia comunicativa definita. Il compromesso sull’Ucraina ore precedenti al CdM hanno limato gli ultimi dettagli di un testo che accontenta tutti, almeno formalmente. Il decreto – il tredicesimo dall’inizio del conflitto – conferma l’invio di “mezzi, materiali ed equipaggiamenti militari”, ma introduce una clausola inedita: la “priorità” per gli aiuti “logistici, sanitari, ad uso civile e di protezione dagli attacchi aerei, missilistici, con droni e cibernetici”.

Una formulazione che la Lega rivendica come vittoria. Nella mattinata, il senatore Claudio Borghi aveva esultato per una bozza che eliminava la parola “militari” dal titolo: “Un lavoro eccellente. Massimo compromesso ottenibile stanti i rapporti di forza. Bravissimo Matteo Salvini e tutta la squadra”. Nell’ordine del giorno ufficiale del CdM il termine è poi ricomparso, ma Borghi non si è scomposto: “Se cambia il titolo è perché cambia anche il contenuto. Se prioritariamente invece di armi offensive verranno inviate attrezzature sanitarie e di aiuto alla difesa della popolazione civile mi pare un discreto passo avanti”. La linea del Carroccio è stata chiara fin dall’inizio della trattativa: con un tavolo negoziale aperto tra Washington, Mosca e Kiev, l’Italia deve concentrarsi sulla “strategia difensiva” piuttosto che sull’”offesa”. Una posizione che ha costretto Palazzo Chigi a mediare tra le pressioni atlantiste di Tajani e Crosetto e le istanze del vicepremier leghista, il quale nelle scorse settimane aveva evocato il tema della “corruzione in Ucraina” per giustificare la richiesta di un cambio di rotta.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha cercato per giorni di minimizzare le frizioni: “Il provvedimento è chiuso da settimane. Non c’è mai stato disaccordo”. Ma la cronaca delle ultime settimane racconta altro. A inizio dicembre il decreto era stato rimosso dall’ordine del giorno del pre-consiglio dopo le proteste di Salvini, colto di sorpresa dall’inserimento. La minaccia di Borghi di non votare un testo identico ai precedenti aveva alzato ulteriormente la tensione, costringendo Meloni a un lavoro di ricucitura che si è protratto fino alla vigilia di Natale.

Sul fronte del referendum, il rinvio a gennaio apre diversi scenari. L’ipotesi più accreditata resta quella di un voto ai primi di marzo, ma il governo dovrà fare i conti con l’iniziativa della raccolta di firme per un quesito alternativo, potenzialmente in grado di far slittare la consultazione. Il Viminale, inoltre, ha sollevato perplessità sui possibili ricorsi nel caso non venisse rispettato l’intervallo di tre mesi dal decreto di indizione. All’interno della coalizione, la riforma Nordio continua a essere vissuta con intensità diverse. Forza Italia la considera l’eredità politica di Berlusconi e scalpita per avviare la campagna. FdI e Lega mantengono un profilo più defilato, con l’invito agli azzurri a “non personalizzare” lo scontro. Se ne riparlerà nel 2026.