Dal 29 luglio 2025, in Spagna, entrambi i genitori potranno contare su un congedo parentale esteso a 19 settimane, che diventano 32 per le famiglie monoparentali. Si tratta di una riforma ambiziosa, approvata dal Governo e ratificata dal Congresso dei Deputati lo scorso 9 settembre, che rappresenta uno dei più solidi tentativi in Europa di rendere effettiva la parità di genere nella gestione del lavoro di cura. Così la Spagna mostra come sia possibile – e conveniente – costruire un modello di welfare familiare incentrato sulla condivisione dei carichi e sulla tutela del diritto alla genitorialità.
Un diritto individuale, non trasferibile
Il nuovo congedo parentale spagnolo è un diritto individuale, non trasferibile, riconosciuto a entrambi i genitori come eguali titolari del ruolo di cura. Questa architettura normativa riflette una visione culturale: la genitorialità viene vista come responsabilità condivisa tra adulti. Il modello, nato nel 2021 con la sostituzione dei vecchi congedi di maternità e paternità, è pensato per non poter essere delegato: ciascun genitore ha diritto al proprio tempo con il figlio, indipendentemente da cosa faccia l’altro. Se la cura è condivisa, anche i costi e i sacrifici si distribuiscono. E soprattutto, viene meno quell’effetto collaterale per cui, ancora oggi, molte donne sono penalizzate nel mondo del lavoro, in ragione della maternità potenziale.
Dall’uguaglianza teorica alla parità reale
Il congedo parentale uguale per entrambi i genitori in Spagna non è il risultato di un percorso graduale, iniziato nel 2019 con l’allungamento progressivo del congedo paterno: da 5 settimane a 8, poi 12, fino all’equiparazione a 16 nel 2021. Con il decreto del 2025, si arriva a 19 settimane, con la possibilità di fruirne in maniera flessibile. Il congedo diventa così una rete di protezione robusta, non solo un tempo “fuori dal lavoro”.
I beneficiari: lavoratori pubblici, privati e autonomi
Il congedo si applica a tutti i lavoratori e lavoratrici — dipendenti, autonomi e pubblici — iscritti alla previdenza sociale e in regola con i requisiti contributivi. Dal punto di vista operativo, la richiesta può essere gestita completamente online, con sistemi simili al nostro SPID. Anche su questo piano, la Spagna appare più avanti dell’Italia in quanto a digitalizzazione e semplificazione dei servizi pubblici. Il congedo, inoltre, è interamente retribuito al 100% ed esente da imposte sul reddito. Un investimento pubblico, certo, ma con ritorni evidenti: maggiore occupazione femminile, più equilibrio nei carichi familiari, aumento della natalità.
L’Italia si muove, ma a rilento
Nella bozza della Legge di Bilancio 2026, il Governo italiano propone di estendere il limite per il congedo parentale fino ai 14 anni del figlio, contro gli attuali 12. Il nostro congedo resta cumulativo tra i due genitori (massimo 10 mesi), non sempre retribuito, e con un’indennità pari al 30% della retribuzione (con alcune eccezioni recenti che portano l’indennità all’80% per 3 mesi). In Italia la logica culturale è ancora quella per cui il tempo di cura è una “tolleranza” concessa dal mercato del lavoro, non un diritto sociale riconosciuto.
Una riforma che guarda al futuro (e all’Europa)
Il decreto spagnolo recepisce integralmente una direttiva europea sulla conciliazione vita-lavoro, posizionando Madrid tra i capifila di un’Europa sociale che non può più essere lasciata sulla carta. Se l’Unione vuole davvero restare un progetto politico credibile, deve promuovere standard minimi vincolanti sociali e familiari. E l’Italia? Dovrebbe smettere di rincorrere le emergenze e iniziare a progettare strutturalmente il proprio sistema di welfare familiare, superando bonus a pioggia e misure frammentate. Con la riforma del congedo parentale, la Spagna dimostra che l’uguaglianza non è un’utopia, ma una costruzione concreta fatta di norme, diritti e scelte di bilancio. E che la genitorialità, lungi dall’essere un affare privato, è un bene comune da tutelare.
