Angelo Tofalo, già sottosegretario alla Difesa ed esperto di intelligence e sicurezza nazionale, osserva da anni il riallineamento dei poteri globali. Se la sua vita parlamentare è stata con il M5S, oggi si muove in tutt’altro ambito. E analizza con l’ordine mondiale che emerge dall’era Trump e i nuovi equilibri della geopolitica. «Il mondo è entrato in una fase di competizione sistemica: meno multilateralismo, più rapporti di forza. Stati Uniti e Cina restano i poli centrali, mentre potenze regionali sempre più assertive occupano gli spazi lasciati vuoti da un’Europa lenta e divisa. L’Italia rischia una marginalità funzionale se non rafforza sicurezza, tecnologia ed energia, che oggi non sono più settori, ma veri moltiplicatori di potere politico e credibilità internazionale».
L’ammiraglio Cavo Dragone dice che c’è la NATO, l’esercito europeo non serve.
«Conoscendo Cavo Dragone e avendo lavorato con lui, il suo scetticismo sull’Esercito europeo è realismo operativo. Oggi l’unica architettura militare credibile resta la NATO. La priorità non è creare strutture parallele, ma rafforzare il contributo europeo dentro la NATO, partendo da un’unione d’azione e da una solida industria della difesa europea interoperabile. Solo su queste basi, nel tempo, si potrà arrivare anche a Forze armate europee credibili».
La geopolitica di Donald Trump sembra basarsi su una logica di “emisferi di influenza”. Che cosa significa davvero per l’Italia e per l’Europa?
«La dottrina degli emisferi segna il ritorno del realismo geopolitico: Washington chiede agli alleati di assumersi maggiori responsabilità nella propria area di interesse. Per l’Europa è uno spartiacque storico. Senza capacità strategiche credibili, anche restando formalmente nella NATO, il continente perde peso negoziale. L’Italia deve scegliere se contribuire attivamente alla sicurezza comune o subirne passivamente le conseguenze».
Il Board of Peace: giusto il no italiano? È una scelta prudente o una rinuncia strategica che rischiamo di pagare a lungo?
«Il no italiano è comprensibile sul piano istituzionale e giuridico, ma diventa fragile se non è accompagnato da un’alternativa concreta. In geopolitica l’assenza pesa quanto una scelta sbagliata. Dire no senza incidere sulla cornice negoziale significa accettare che altri decidano anche per noi, su dossier che hanno ricadute dirette sulla nostra sicurezza e sul nostro posizionamento internazionale».
Trump alterna mosse spiazzanti a scelte iper-realiste. È strategia o improvvisazione calcolata?
«Trump usa l’imprevedibilità come leva negoziale, non come segnale di debolezza. Dietro i toni spiazzanti c’è una linea chiara: riequilibrare i rapporti di forza e massimizzare l’interesse nazionale americano. Il rischio per gli alleati è confondere lo stile con l’assenza di strategia. La strategia c’è, è coerente e apertamente transazionale, e va letta per ciò che produce, not per come viene comunicata».
Sull’Ucraina, il trilaterale USA–Russia–Ucraina riconvocato ad Abu Dhabi apre davvero uno spiraglio?
«La riapertura del canale trilaterale è un segnale politico rilevante, ma non ancora una svolta. Lo scenario più realistico resta un congelamento del conflitto, più che una pace stabile e strutturata. Senza garanzie credibili, verificabili e sostenibili nel tempo, una tregua rischia di trasformarsi in una semplice pausa operativa prima di nuove escalation».
Groenlandia e Artico: sono davvero la grande risorsa che l’Europa ha colpevolmente ignorato per anni?
«L’Europa ha ignorato l’Artico perché per troppo tempo lo ha letto come tema ambientale e scientifico, non strategico. Oggi è invece un nodo decisivo per rotte commerciali, risorse, sicurezza e tecnologia. Il ritardo europeo si traduce in perdita di influenza, mentre altri attori hanno già trasformato il Polo Nord in uno spazio di competizione geopolitica a tutti gli effetti».
Il Piano Mattei ridisegna le ambizioni di Roma nel Mediterraneo. L’Italia ha una propria sfera d’influenza o resta schiacciata tra Washington, Parigi e Ankara?
«Il Piano Mattei può rafforzare il ruolo italiano nel Mediterraneo a condizione di diventare pienamente operativo. Senza progetti cantierabili, risorse adeguate e sicurezza delle infrastrutture, resta una cornice politica più che una strategia. In quel caso l’Italia continua a muoversi tra Washington, Parigi e Ankara, senza una reale capacità di indirizzo autonomo».
Iran: secondo lei Israele ha un reale interesse a un regime change a Teheran, o preferisce la stabilità del nemico che conosce?
«Israele punta soprattutto a contenere e degradare le capacità iraniane, più che a forzare un cambio di regime. Il regime change resta un’ipotesi ad altissimo rischio: il collasso del sistema potrebbe produrre instabilità, proliferazione e nuove minacce regionali. In chiave realistica, il contenimento del nemico conosciuto è spesso preferito all’incertezza di uno scenario post-regime».
Quanto è probabile un nuovo attacco americano contro l’Iran?
«Un attacco americano mirato è oggi più plausibile di una guerra estesa, soprattutto se Teheran dovesse superare determinate soglie operative. Tuttavia ogni strike apre una catena di ritorsioni difficili da controllare. In Medio Oriente la deterrenza è fragile e il margine di errore estremamente ridotto, con il rischio costante di un’escalation non intenzionale».
Come vede il ruolo dell’Italia nella sicurezza globale: comprimario, gregario o potenza media capace di incidere?
«L’Italia ha tutti i requisiti per essere una potenza media influente, ma solo se sceglie di esserlo davvero. Senza investimenti coerenti in Difesa, sicurezza e industria strategica, rischia di rimanere un attore esposto e con poca voce. La credibilità internazionale non nasce dalle dichiarazioni, ma dalla capacità di incidere nei fatti».
