TEL AVIV – Negli ultimi giorni il clima è stato mite e assolato, quasi primaverile, inconsueto per la stagione. Un meteo che ha riportato la gente al mare come fosse estate, creando un contesto emotivo rilassato e gioioso. Un’atmosfera che stride fortemente con ciò che si muove sotto la superficie. In netto contrasto con questa apparente normalità, ieri Netanyahu è partito in direzione Washington per l’incontro con Donald Trump, previsto per oggi. Un viaggio già in agenda, ma anticipato di una settimana alla luce della situazione estremamente delicata con l’Iran e dei primi colloqui indiretti tenutisi nei giorni scorsi in Oman tra l’inviato americano Steve Witkoff e il ministro degli Esteri iraniano. In Israele, però, l’aspettativa diffusa è che qualcosa stia per accadere. L’unica cosa che non può più continuare è lo status quo con Teheran.
Dopo aver accertato che il rimpiazzo dei missili balistici distrutti nella guerra dei dodici giorni procede a una velocità superiore a ogni previsione, la preoccupazione del governo israeliano è salita drasticamente. Il grande timore a Gerusalemme è che dai negoziati Iran-USA possa emergere un accordo “al minimo”, politicamente utile a Washington ma incapace di tenere conto delle esigenze di sicurezza israeliane. Da quanto trapela, l’Iran potrebbe essere disposto a concessioni sul nucleare, ma non a rinunciare all’arsenale dei missili balistici, che rappresentano una minaccia esistenziale per lo Stato ebraico. Il rischio, agli occhi israeliani, è che un accordo limiti di fatto la libertà d’azione di Israele, chiudendo la possibilità di intervenire autonomamente contro l’Iran.
Non a caso, in Israele si guarda con scetticismo ai colloqui in corso e c’è chi spera nel loro fallimento, considerando l’inaffidabilità strutturale del regime iraniano. Un collasso dei negoziati potrebbe infatti innescare una risposta militare americana, probabilmente coadiuvata da Israele, soprattutto nel caso — ritenuto tutt’altro che remoto — di un attacco missilistico diretto contro il territorio israeliano. Netanyahu arriva a Washington con l’obiettivo di convincere Trump a includere nei negoziati la limitazione dei missili balistici e la fine del sostegno iraniano a Hezbollah e agli Houthi. A Israele non può bastare un accordo limitato esclusivamente al nucleare. Il premier vuole ribadire la necessità di mantenere intatta la libertà dell’IDF di agire autonomamente qualora l’arsenale balistico iraniano continui a crescere.
Il governo israeliano e le forze armate sono consapevoli di trovarsi davanti a un’opportunità forse storica per smantellare la minaccia degli ayatollah e dei loro proxy regionali.
Netanyahu teme però che Trump possa optare per un’azione militare limitata, sul modello di quella condotta contro gli Houthi, lasciando intatte le capacità strategiche iraniane e costringendo Israele a “finire il lavoro”. L’incontro tra Trump e Netanyahu sarà dunque anche un vertice strategico, non solo legato ai negoziati Iran-USA, ma volto a definire cosa potrebbe accadere qualora i colloqui fallissero. Non a caso, insieme al primo ministro israeliano sono presenti il suo segretario militare e il direttore del Consiglio di Sicurezza Nazionale, Gil Reich. Probabilmente a Washington si parlerà anche della seconda fase del piano Trump per Gaza, un piano di pace che fatica a decollare per la mancanza di volontà di Hamas di disarmarsi e per l’assenza di garanzie di sicurezza assoluta per Israele.
Gerusalemme non si fida delle garanzie internazionali, il board è paralizzato da veti incrociati e il rischio concreto è quello di uno stallo destinato a protrarsi nel tempo. Israele chiede all’amministrazione americana di assumersi la responsabilità di una svolta strategica che ridisegni davvero gli equilibri di sicurezza nella regione.
