Pigozzi: “C’è una guerra nella guerra”. Mondo libero, l’offensiva corre in rete

Lorenza Pigozzi, Executive Vice President e direttore della Comunicazione strategica del gruppo Fincantieri, analizza con noi le derive della vera e propria guerra alla verità che una parte del mondo sta muovendo ad arte.

Si parla sempre più spesso di guerra cognitiva, un vero e proprio dominio operativo, al pari della terra, del mare, dell’aria, dello spazio e del cyberspazio?
«Partiamo da un fatto semplice: oggi il campo di battaglia principale è la mente. La guerra cognitiva è un dominio operativo a sé perché non punta a conquistare territori o distruggere infrastrutture — punta a disorientare chi prende le decisioni. Le minacce si infiltrano nella narrazione pubblica. E conquistare quella che io chiamo supremazia narrativa è diventato un obiettivo militare tanto quanto conquistare un territorio».

Nella guerra contemporanea quanto conta la manipolazione dell’informazione rispetto alle operazioni militari tradizionali? Possiamo dire che oggi si combatte prima nelle menti e solo dopo sul terreno?
«Esattamente, e a volte sul terreno non si combatte nemmeno. È il principio di Sun Tzu portato al ventunesimo secolo: soggiogare il nemico senza dare battaglia. Pensi alla Crimea nel 2014. Prima dell’arrivo dei famosi “omini verdi” — i soldati russi senza insegne — c’era stata un’operazione cognitiva massiccia: mesi di narrazione sulla “popolazione russofona oppressa”, amplificata da media e bot sui social, che aveva preparato l’opinione pubblica locale e internazionale. Quando i soldati sono arrivati, metà del lavoro era già fatto nelle teste».

I social network e l’intelligenza artificiale stanno moltiplicando la capacità di produrre e diffondere disinformazione. In che modo queste tecnologie stanno cambiando l’arsenale delle operazioni psicologiche e della propaganda strategica?
«L’intelligenza artificiale non è solo un amplificatore — è un moltiplicatore esponenziale. E qui bisogna essere molto concreti su cosa significa. Fino a pochi anni fa, per fare una campagna di disinformazione servivano centinaia di persone in una “troll farm”, e molti capitali. Oggi con l’IA generativa una sola persona può produrre migliaia di contenuti al giorno personalizzati per pubblici diversi e distribuiti simultaneamente su decine di piattaforme».

Nel conflitto mediorientale vediamo spesso una narrazione molto polarizzata, con forti pregiudizi anti-israeliani che circolano nella sfera pubblica occidentale. Quanto queste narrazioni sono spontanee e quanto invece sono il risultato di campagne organizzate di influenza?
«Gran parte di questa polarizzazione non nasce dal basso — è il prodotto di quella che definisco un’”architettura dell’immaginario”, costruita deliberatamente. Le faccio un esempio pratico: dopo il 7 ottobre, ricercatori del Stanford Internet Observatory hanno documentato reti coordinate di account — molti riconducibili ad attori statali — che amplificavano selettivamente certe immagini e ne sopprimevano altre, non per informare ma per costruire un’identificazione emotiva totale con una parte. E questo vale per entrambi i fronti, sia chiaro».

La guerra in Iran si combatte anche sul piano informativo. Che ruolo hanno le operazioni di influenza nel destabilizzare o sostenere un regime?
«Questo è un esempio affascinante perché mostra la guerra cognitiva da entrambi i lati. Da una parte c’è il regime. L’Iran, come la Russia, la Cina e la Corea del Nord, usa la guerra cognitiva sia verso l’esterno — per condizionare le democrazie occidentali — sia verso l’interno, per sopravvivere. All’interno il meccanismo è la saturazione totale dello spazio informativo: controlli tutto quello che la gente vede, sente e legge, e prosciughi la capacità stessa di pensare diversamente. La stabilità del regime dipende quasi interamente dal mantenere questo monopolio sulla narrazione. Ma ecco il lato affascinante: dall’altra parte c’è la rivolta, che usa armi completamente diverse. Per fare un esempio nel 2022 i manifestanti iraniani hanno usato meme, satira e video virali come veri e propri strumenti di guerriglia cognitiva. Perché funziona? Perché un regime autoritario ha bisogno di apparire invincibile e monolitico. L’ironia lo sgretola dall’interno — crea quella che in psicologia si chiama dissonanza cognitiva: se ridi del potere, non ne hai più paura. E c’è un vantaggio tattico concreto: i meme eludono i filtri algoritmici di censura perché usano codici culturali che i sistemi automatici non riescono a decodificare. Così il dissenso passa dove i documenti politici verrebbero bloccati».

Le democrazie liberali sono attrezzate per difendersi o restano più vulnerabili rispetto ai regimi autoritari?
«Purtroppo, le democrazie sono strutturalmente più vulnerabili, e non perché siano deboli — paradossalmente, lo sono perché sono aperte. Il punto è questo: le libertà fondamentali delle democrazie vengono trasformate in falle di sicurezza dagli attori ostili. Per colmare questa lacuna serve quella che io chiamo una “difesa culturale” — non basta parlare il linguaggio della cybersecurity, servono competenze di semiotica, storia, psicologia sociale e filosofia politica. La difesa cognitiva è un problema culturale prima ancora che tecnologico».

L’Italia dispone oggi di strumenti istituzionali, militari o culturali adeguati per contrastare la distorsione della verità e le operazioni di disinformazione strategica?
«L’Italia ha asset di assoluto rilievo — pensi alle competenze dell’intelligence, alla tradizione accademica nella comunicazione, a eccellenze come il Centro di Eccellenza per la Stabilità di Vicenza. Ma serve un passo avanti nel modo in cui concepiamo la difesa informativa. E c’è un punto cruciale che spesso si trascura: le imprese strategiche italiane — nella difesa, nell’energia, nelle infrastrutture critiche — non sono solo pilastri economici, sono nodi della sicurezza nazionale. Se la narrazione pubblica su queste realtà viene manipolata dall’esterno, l’impatto non è solo reputazionale: è strategico. Non possiamo più limitarci a “informare” in senso tradizionale. Servono Architetti di Resilienza Cognitiva: professionisti capaci di intercettare le narrazioni ostili, analizzarne le matrici tecnologiche e culturali, e proporre risposte rapide fondate sui fatti».