Non ci sfiora neanche il pensiero, a dir poco malevolo e irrispettoso, che il cardinal Pizzaballa e il custode di Terra Santa, padre Ielpo, abbiano voluto sfruttare l’occasione del mancato accesso ai luoghi sacri imposto da Israele per motivi di sicurezza, allo scopo di creare un incidente diplomatico ad hoc. La risonanza mediatica che ne sarebbe scaturita avrebbe infatti potuto rinfocolare le critiche nei confronti di Israele, che non di rado tracimano in atteggiamenti antisemiti con le ben note conseguenze.

I rapporti tra il Patriarca di Gerusalemme dei latini e il governo di Netanyahu non sono idilliaci. Ma da qui a pensare che un avveduto principe di santa romana Chiesa – e prima ancora un cristiano – che la Domenica delle Palme si reca al Santo Sepolcro per officiare una cerimonia, anziché porgere l’altra guancia di fronte a quello che ai suoi occhi appare come un torto, abbia voluto creare apposta un caso internazionale, ce ne passa. Sono convinto che il cardinal Pizzaballa e padre Ielpo siano animati né più né meno dallo stesso spirito di quei sacerdoti e fedeli che ai tempi del Covid non badarono al divieto delle funzioni religiose decretato dall’allora governo italiano. E che quindi, entrambi, volessero semplicemente testimoniare, per di più in forma privata, che in tempo di guerra vanno bene le norme di sicurezza, ma che se nonostante i missili si vuole andare a Messa anche a costo di finire sotto una bomba, questo deve poter essere consentito.

Tanto più se l’orizzonte in cui ci si muove è quello della fede, innanzi al quale non ci sono missili (né tanto meno virus) che tengano.
Da un lato va ribadito, con buona pace di quanti si sono stracciati le vesti denunciando improbabili attentati alla libertà religiosa, che non c’è stato alcun affronto né ad essa né ai diretti interessati, ma solo l’applicazione di un protocollo di sicurezza esteso – per altro – ad altri culti. Dato lo scenario di guerra è infatti giusto e sacrosanto che questo protocollo ci sia e che venga fatto rispettare, va anche detto però, con altrettanta chiarezza, che in quello stesso scenario aveva e ha la sua ragion d’essere l’esercizio della libertà di culto, ovviamente a proprio rischio e pericolo.

Il punto caso mai è un altro. Ed è che la cosa poteva tranquillamente essere gestita diversamente, con un po’ di buon senso da entrambe le parti. Soprattutto, non c’era alcun bisogno di far diventare una faccenda privata una questione di rilevanza pubblica innescando un polverone mediatico in un frangente in cui, invece, c’è un gran bisogno di calma. Da questo punto di vista l’accordo nel frattempo raggiunto che consentirà ai rappresentanti delle Chiese l’accesso al Santo Sepolcro per le celebrazioni della Settimana Santa, fermo restando il divieto di assembramenti pubblici, va salutato come un ottimo compromesso, alle condizioni date. Avanti così.

Luca Del Pozzo

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