Polizia killer negli Stati Uniti? Mille morti l’anno. Cosa dicono i dati

A federal agent holds a person as the agents try to clear the demonstrators near a hotel, using tear gas during a noise demonstration protest in response to federal immigration enforcement operations in the city Sunday, Jan. 25, 2026, in Minneapolis. (AP Photo/Adam Gray)

Da anni il dibattito pubblico sulla violenza della polizia negli Stati Uniti tende a muoversi per shock emotivi. Un singolo episodio, spesso drammatico e visivamente potente, viene assunto come prova di una tendenza generale e trasformato rapidamente in una narrazione totale: “deriva autoritaria”, “repressione sistemica”, perfino “Gestapo”. È un meccanismo comprensibile sul piano emotivo, ma metodologicamente fragile. Se si vuole discutere di fenomeni strutturali e di lungo periodo, occorre partire dai dati macroscopici. Il dataset più citato e verificabile sulle uccisioni da parte della polizia statunitense è “Fatal Force” del Washington Post, che raccoglie, dal 2015, tutti i casi documentati di persone uccise da agenti in servizio tramite arma da fuoco.

I dati

Non si tratta di dati federali ufficiali, ma di una raccolta indipendente basata su fonti locali, atti giudiziari e verifiche giornalistiche incrociate, ed è oggi considerata una delle basi empiriche più solide disponibili. Dal 2015 in poi, il numero di persone uccise ogni anno dalla polizia si colloca stabilmente attorno a quota mille, con oscillazioni che vanno grosso modo da poco meno di 950 a poco più di 1.100 casi annui. Negli ultimi anni – in particolare dal 2021 al 2024 – i valori sono leggermente più alti rispetto al periodo 2015-2019, ma non si osserva alcun salto di ordine di grandezza, nessuna discontinuità netta che indichi una trasformazione improvvisa del sistema repressivo o un cambio di paradigma nell’uso della forza letale. Questo punto è centrale: il fenomeno è strutturalmente alto, ma sorprendentemente stabile. Non c’è una “esplosione” recente nei numeri assoluti. L’idea che gli Stati Uniti stiano vivendo una svolta autoritaria misurabile attraverso un’impennata delle uccisioni da parte della polizia non trova riscontro nei dati aggregati. Anche se si raggruppano i numeri per cicli presidenziali, le differenze restano contenute.

Questo non significa che l’orientamento politico delle amministrazioni sia irrilevante, ma suggerisce che le dinamiche dell’uso della forza letale siano molto più radicate a livello locale, organizzativo e culturale di quanto una lettura politicizzata lasci intendere. Il database del Washington Post include solo i decessi per arma da fuoco e non considera altre forme di morte legate all’azione della polizia, come decessi in custodia o per uso di mezzi non letali. Altri progetti, come Mapping Police Violence o Fatal Encounters, adottano criteri più ampi e producono stime complessive più elevate. Le differenze tra le fonti non sono una contraddizione, ma il riflesso di metodologie diverse. Ciò che conta, però, è che anche questi database confermano una dinamica simile: numeri molto alti, ma relativamente stabili nel tempo, con variazioni incrementali piuttosto che rotture improvvise. È proprio per questo che confondere il piano macroscopico con quello microscopico è un errore analitico. Al contrario, ogni episodio va valutato nel merito, con strumenti giuridici e investigativi adeguati. Ma l’analisi dei singoli eventi non può essere usata come scorciatoia per dimostrare tesi sistemiche che i dati aggregati non supportano. I numeri ci dicono due cose contemporaneamente.

La prima è che l’uso della forza letale da parte della polizia negli Stati Uniti resta un problema serio, strutturale e persistente, con oltre mille morti all’anno. La seconda è che non siamo di fronte a una trasformazione recente e radicale del sistema repressivo, né a una “normalizzazione dell’esecuzione extragiudiziale” misurabile sul piano quantitativo. Chi vuole sostenere questa tesi deve farlo con argomenti diversi, non piegando i dati a una narrativa emotiva. Discutere di violenza della polizia è necessario. Farlo bene signifi ca accettare che i numeri possano essere scomodi sia per chi minimizza sia per chi radicalizza. È proprio in quello spazio, lontano dalle iperboli e dalle semplifi cazioni morali, che dovrebbe stare il dibattito pubblico.