C’è un punto, nel dibattito italiano sulle grandi opere, in cui le parole iniziano a pesare più dei rendering e delle promesse. Il Ponte sullo Stretto di Messina è lì da decenni: evocato, rimandato, rilanciato, contestato. Oggi torna al centro dell’agenda con una forza nuova, insieme alle paure di sempre: costi, impatto ambientale, rischio di incompiute e infiltrazioni. Ma anche con una domanda che attraversa imprese, porti, interporti, università e famiglie: la Sicilia e la Calabria possono restare ancora “isole” nei collegamenti del Paese? Antonio Bargone, già sottosegretario alle Infrastrutture, non usa giri di parole. È favorevole al Ponte e rivendica una posizione che definisce “pragmatica, prima che ideologica”. Lo incontriamo mentre l’attenzione pubblica si riaccende su progettazione, cronoprogrammi e coperture. L’intervista scorre tra visione strategica e cautele operative: perché per Bargone la vera partita non è solo costruire, ma costruire bene, e soprattutto far sì che il Ponte non diventi un monolite isolato in mezzo a collegamenti inadeguati.
“Il Ponte – attacca – non è un gesto simbolico. È un’infrastruttura che, se inserita dentro un sistema di reti e servizi, cambia davvero la geografia economica del Mezzogiorno. Il punto non è ‘ponte sì, ponte no’. Il punto è: vogliamo una continuità territoriale moderna, competitiva, misurabile, oppure vogliamo continuare a raccontarci che bastano le soluzioni tampone?”. Quando gli si fa notare che una parte del Paese vede l’opera come una priorità “sbagliata” rispetto a strade, ferrovie locali, manutenzioni e sicurezza, Bargone non elude l’obiezione: “È un falso aut-aut. Il Ponte non deve mangiarsi il resto, e il resto non deve essere la scusa per non fare il Ponte. Le infrastrutture non sono un menù: non scelgo o la ferrovia o il collegamento strategico, devo far funzionare l’intera catena. E qui la catena è chiara: alta capacità e velocità, nodi logistici, porti, interporti, connessioni urbane. Il Ponte è un anello. Senza anello, la catena si spezza”.
Bargone insiste su un concetto: l’opera ha senso solo se accompagnata. “Se io collego due sponde ma poi lascio colli di bottiglia su linee ferroviarie e strade d’accesso, creo solo un imbuto. Invece l’obiettivo è ridurre tempi e costi di attraversamento, dare affidabilità al trasporto merci e passeggeri, rendere stabile ciò che oggi è soggetto ad attese, meteo, congestione. L’affidabilità, per un’impresa che pianifica, vale quanto i minuti risparmiati”. Il tema economico arriva subito sul tavolo. “Sento spesso parlare del Ponte come di un ‘costo’. Io lo guardo come investimento, purché sia governato con serietà. Il costo di non decidere, di restare fermi, di rinviare all’infinito, è enorme: si paga in competitività, in opportunità industriali mancate, in emigrazione di competenze. E si paga anche in qualità della vita, perché i territori vivono di collegamenti: mobilità, lavoro, turismo, servizi”. Gli chiedo se non tema l’effetto “opera bandiera”, utile a dividere e a fare propaganda. “È già successo troppe volte – ammette – e per questo dico che non deve essere una bandiera. Le bandiere sventolano e poi si ripiegano. Le infrastrutture restano. Perciò servono numeri, passaggi chiari, responsabilità definite, scadenze verificabili. E anche una comunicazione adulta: spiegare ai cittadini non solo ‘quanto è bello’, ma cosa comporta, che cantieri avremo, quali mitigazioni, quali benefici e in quali tempi”.
Il passaggio più politico arriva quando gli chiedo cosa risponderebbe a chi sostiene che, per il Sud, servano prima scuole, sanità, servizi. “Servono tutte queste cose – replica – ma non è serio contrapporle. Un territorio che migliora i servizi ma resta lento e isolato perde attrattività e investimenti. Un territorio che fa una grande infrastruttura ma trascura scuole e sanità non regge socialmente. La vera sfida è fare entrambe le cose con una regia. Il Ponte, in questo quadro, può diventare un acceleratore: occupazione, filiere, formazione tecnica, indotto, nuove competenze”. In chiusura, Bargone torna al punto di partenza: il tempo. “L’Italia deve decidere se vuole essere un Paese che completa o un Paese che annuncia. Il Ponte sullo Stretto è una scelta di lungo periodo. Se lo si fa, lo si faccia come opera di sistema: collegamenti, controlli, trasparenza, manutenzione, ricadute industriali. Se invece continuiamo a rimandare, non stiamo scegliendo prudenza: stiamo scegliendo immobilismo. E l’immobilismo, soprattutto al Sud, è la più costosa delle opzioni”.
