Pratiche antisemite camuffate da diritto di manifestazione

Protesta di attivisti pro palestinesi contro il passaggio della fiaccola olimpica in via sforza - Milano 05/02/2026 (foto Claudio Furlan/ LaPresse) Pro-Palestinian activists protest against the Olympic torch relay in Via Sforza, Milan, February 5, 2026 (photo by Claudio Furlan/LaPresse)

Due argomenti pretestuosi sono adoperati per giustificare l’avversione ai diversi disegni di legge che prevedono di adottare la definizione di antisemitismo apprestata dall’International Holocaust Remembrance Alliance. Il primo è che, se fossero approvati, quei provvedimenti “introdurrebbero” nel nostro Paese una definizione dei comportamenti antisemiti – quella di IHRA, appunto – che urterebbe in modo inammissibile la libertà di manifestazione del pensiero e, dunque, “il diritto di criticare Israele”. Una duplice sciocchezza.

Innanzitutto perché la definizione di antisemitismo adottata ormai parecchi anni fa dall’International Holocaust Remembrance Alliance è stata già fatta propria dal nostro Paese, e dunque quei disegni di legge non “introducono” proprio un bel niente. E in secondo luogo perché proprio le linee-guida che presidiano la definizione di antisemitismo apprestata da IHRA precisano in modo chiarissimo che “le critiche verso Israele simili a quelle rivolte a qualsiasi altro paese non possono essere considerate antisemite”. I testi in discussione, quindi, lungi dall’“introdurre” nel nostro Paese quella definizione, propongono semplicemente che sia utilizzata come criterio di riferimento per monitorare e arginare i flussi della propaganda antisemita in rete, per fornire al sistema educativo gli strumenti idonei a riconoscere e rappresentare il fenomeno antisemita e a contrastarne l’insinuazione, per promuovere iniziative di formazione delle Forze dell’ordine in merito alla conoscenza del fenomeno dell’antisemitismo, eccetera.

Il secondo argomento utilizzato contro l’approvazione di quei disegni di legge è a sua volta pretestuoso ma, se possibile, anche più sgangherato. Se fossero approvati – dicono quelli che li avversano – verrebbe compromesso il diritto di protestare contro “i crimini di Israele”. Il guaio è che protestare contro i presunti crimini di Israele (magari spiegando quali sarebbero, ma questo è un altro discorso) è possibilissimo ora e sarebbe possibilissimo domani se l’uno o l’altro di quei disegni di legge (ce ne sono diversi) fosse approvato. Ma la realtà è che questi cultori del diritto di manifestazione del pensiero (gli stessi che impediscono agli ebrei di parlare nelle università) pretendono che sotto la rubrica “criticare Israele” finiscano le svastiche disegnate sull’immagine di un lattante rapito il 7 ottobre, le mani rosse e gli escrementi su un memoriale della Shoah, le aggressioni a un rabbino e al figlio di sei anni in un autogrill, i comizi dell’accademico antisemita celebrato dalla folla che grida “andiamo a bruciare il consolato israeliano!”, le gazzarre davanti alle sinagoghe e i fischi agli atleti israeliani.

Tutte cose appunto rubricate, dalla prima all’ultima, come “critiche a Israele”. Non sono dunque rivolte a proteggere il diritto di manifestazione del pensiero le proteste contro l’approvazione di quei disegni di legge: sono rivolte a proteggere quelle pratiche antisemite, con affibbiata la patente legittimante dell’avversione allo Stato degli ebrei.