La discussione sul premierato, che dopo l’approvazione al Senato si avvia verso una nuova fase parlamentare, continua a polarizzare il dibattito pubblico. Eppure, a furia di discutere della “forza” o della “debolezza” del futuro Presidente del Consiglio eletto direttamente, stiamo ignorando il problema più grande: quello che rischia di riportare l’Italia dritta dentro una nuova crisi istituzionale, indipendentemente da chi vincerà le prossime elezioni. Il tema è semplice, quasi banale per chiunque frequenti le questioni costituzionali. Eppure, nel dibattito politico, resta sottotraccia.
Il vero vulnus non è al vertice, ma alla base del sistema
L’Italia, finché non si decide a cambiare davvero modello, resta un Paese con bicameralismo perfetto: Camera e Senato hanno gli stessi poteri, devono dare entrambe la fiducia, e soprattutto devono approvare le leggi nella medesima forma. Non esiste superiorità della Camera, non esiste prevalenza del governo: esiste un doppio binario che richiede coesione politica e numerica totale.
Fin qui nulla di nuovo. Il problema è come questi due rami vengono eletti. La Camera ha una base elettorale nazionale. Il Senato no: resta ancorato ai confini regionali, con venti – e a seconda dei calcoli ventuno – competizioni diverse, ognuna con le sue soglie e le sue variabili locali. È come pretendere di costruire una casa con due fondamenta diverse: una uniforme e solida, l’altra composta da venti materiali differenti. Che la struttura traballi non è un rischio: è una certezza.
Il proporzionale con premio di maggioranza è il vero fattore di instabilità
Nella futura legge elettorale si ipotizza un proporzionale con premio di maggioranza. In Italia, con due Camere perfettamente paritarie ma a base elettorale differenziata, ciò diventa una contraddizione strutturale. Perché?
- Alla Camera il premio è nazionale: chi vince lo prende una volta sola e attribuisce un numero aggiuntivo e omogeneo di seggi in più .
- Al Senato il premio si assegna regione per regione: venti premi diversi, venti possibili maggioranze differenti, venti variabili politiche.
È lo stesso meccanismo che ha contribuito a rendere ingestibile e a bocciare il Porcellum e poi l’Italicum. Riproporre oggi una formula simile, senza avere prima risolto il nodo strutturale, significa preparare la scena al prossimo cortocircuito istituzionale. Con un’aggravante: stavolta l’Italia rischia di arrivarci con un premier eletto direttamente dal popolo ma con numeri diversi e mai perfettamente allineati tra Camera e Senato. Un premier forte nella legittimazione ma debole nell’aritmetica parlamentare. Un’anatra zoppa, esattamente ciò che il premierato vorrebbe superare.
La riforma che serve davvero: un Parlamento unico o un sistema elettorale serio
Chi sostiene il premierato – e io sono tra questi – dovrebbe essere il primo a pretendere che il sistema sia coerente. Le strade sono due, e sono note da vent’anni:
- Costituzionalmente, riunire i due rami del Parlamento in un’unica Assemblea Nazionale, come avviene in quasi tutte le democrazie che eleggono direttamente il capo del governo o dello Stato, come saggiamente proposto ormai da mesi da Luigi Marattin
- Legislativamente, recuperando un sistema che garantisca omogeneità e governabilità in un ordinamento precario come il nostro: il Mattarellum, uninominale secco o doppio turno, o un proporzionale puro che eviti le distorsioni dei premi di maggioranza regionali.
È impressionante che il dibattito politico, pur accanito su tutto, preferisca evitare l’unico argomento decisivo. Si discute , anche giustamente per carità, di “sfiducia costruttiva”, di “potere del premier”, di “garanzie”, ma non si nomina mai l’origine del problema: due Camere che non possono garantire una maggioranza uniforme, con due basi elettorali strutturalmente divergenti.
Finché questo nodo non sarà sciolto, il premierato resterà una riforma monca
Ed è paradossale che una riforma che nasce per stabilizzare possa diventare, in queste condizioni, un acceleratore di instabilità. L’Italia ha bisogno di una riforma seria. Non di un premier eletto che rischia, il giorno dopo, di dover negoziare con due maggioranze diverse. Non di una riforma che ignora il problema strutturale del Parlamento. Non di un equilibrio fragile travestito da rivoluzione. Il premierato può funzionare, e può funzionare bene. Ma solo se la politica avrà il coraggio di fare ciò che evita da trent’anni: allineare definitivamente i meccanismi elettorali e istituzionali di Camera e Senato o varare un nuovo parlamento monocamerale con collegio unico nazionale. Finché non si parte da qui, tutto il resto resterà un maquillage.
E l’Italia, ancora una volta, si ritroverà con una riforma ambiziosa, ma zoppa. Proprio come il sistema che pretende di correggere.
