Qualcosa è andato storto: la rete “ragnatela” e la responsabilità di restare umani. Il saggio di Riccardo Luna

Settimane fa – e precisamente  il 29 ottobre-  avremmo dovuto celebrare l’Internet Day, la giornata mondiale dedicata alla nascita della rete e al suo impatto sulla società contemporanea.

Uso il condizionale — avremmo dovuto — perché la data è passata quasi inosservata, come se fosse divenuto imbarazzante parlarne. Nessun dibattito sul mainstream in favore delle solite chiacchiere che polarizzano gli utenti. Eppure Internet è il nostro habitat, la trama invisibile che sostiene la vita quotidiana, la politica, la cultura, perfino la percezione di noi stessi. È paradossale che, proprio mentre ne siamo più dipendenti che mai, non riusciamo più a pensarla; e che il suo compleanno trascorra nel silenzio come quello di un amico  di cui si evita di pronunciarne il nome, l’impresentabile che però è sempre “connesso con noi. Un cortocircuito no?

È in questo vuoto di consapevolezza che arriva il nuovo libro di Riccardo Luna, Qualcosa è andato storto (Solferino, 2025). Un titolo (fateci caso)  senza punto interrogativo perché non si tratta di una domanda ma di una constatazione: sì, qualcosa si è spezzato — e non nel codice dei computer, ma nel nostro modo di abitare il mondo digitale. Luna scrive che la rete, nata come “arma di costruzione di massa”, come spazio libero e cooperativo, si è trasformata in una ragnatela che cattura, una macchina che ci immobilizza mentre ci illude di correre. Non è un guasto tecnico, ma un guasto umano.

Mi viene in mente  – in una delle sue più lucide immagini –  Papa Francesco quando ha detto che “Internet può essere una rete che libera o una ragnatela che intrappola”, a seconda di chi la tesse e per quale fine. È la stessa metafora che attraversa, come un filo teso, tutto il saggio di Luna: non è la tecnologia a essere in crisi, ma la nostra umanità. Siamo passati, quasi senza accorgercene, da un’idea generosa e fiduciosa del digitale a una forma di dominio sottile, in cui la promessa di libertà si è capovolta in controllo, e la connessione ha sostituito la relazione.

E La rete che doveva unire si è fatta recinto; quella che doveva illuminare, acceca.

Questa è la prima grande frattura che emerge: la disillusione dell’utopia. Internet doveva essere la casa comune della conoscenza, e invece è diventata un condominio litigioso di identità blindate, un’arena dove ciascuno difende il proprio piccolo recinto di visibilità. Pensavamo fosse amore — un luogo di incontro, di libertà, di comunione — e invece era un calesse: traballante, rumoroso, spinto da logiche che non portano più da nessuna parte. “Ci hanno convinti che la gratuità fosse un diritto”, scrive Luna, “ma in rete nulla è gratis, se non la nostra ingenuità”. La democrazia digitale, che avrebbe dovuto ampliare la partecipazione, è finita preda dei poteri privati e degli algoritmi che governano la visibilità, sostituendo la fiducia con la dipendenza e la partecipazione con il consumo. La seconda deriva riguarda ciò che l’autore definisce la dipendenza da engagement, la schiavitù dolce della connessione permanente. I social, spiega, hanno colonizzato il nostro sistema di ricompensa: “Siamo cavie felici in un esperimento globale di dopamina”. La Stanford Medicine conferma che le piattaforme digitali rilasciano nel cervello la stessa quantità di dopamina di alcune sostanze stimolanti, creando abitudini di consumo compulsivo. Ma il punto non è solo biologico: è morale. Abbiamo confuso la connessione con la relazione, la notifica con la parola, la visibilità con il senso. È una forma nuova di dipendenza, più raffinata e più pervasiva, che riduce la complessità del pensiero a un gesto riflesso: lo scroll come tic della modernità.

Da qui nasce la terza metamorfosi, la più inquietante: la crisi della verità. Non serve più censurare; basta moltiplicare le versioni dei fatti fino a rendere ogni narrazione equivalente. La verità non viene negata: viene svuotata, resa intercambiabile. Il sovraccarico informativo non accresce la conoscenza, ma la confonde. La rete è diventata il luogo dove tutto può essere detto, e dunque dove nulla pesa davvero. È una forma di entropia cognitiva che anestetizza la coscienza, un rumore costante che sostituisce il pensiero.

E tuttavia, in mezzo a questo scenario cupo, una buona notizia è arrivata proprio nei giorni dell’Internet Day. OpenAI ha aggiornato pubblicamente le proprie Usage Policies, chiarendo che ChatGPT non può essere utilizzato per fornire consulenze personalizzate in ambito medico, legale o finanziario senza il coinvolgimento di professionisti qualificati (OpenAI, Usage Policies). Non è un divieto nuovo, ma la riaffermazione di un principio fondamentale: la tecnologia deve riconoscere il limite del proprio ruolo. “ChatGPT non è e non sarà mai un sostituto del parere professionale, ma uno strumento educativo per comprendere meglio le informazioni legali e sanitarie”, ha precisato l’azienda. È un gesto che restituisce dignità alla misura, ricordando che la competenza — in certi ambiti — resta umana per definizione.
Questo episodio, apparentemente marginale, contiene una lezione più ampia: anche l’intelligenza artificiale può imparare il linguaggio della responsabilità, può riconoscere il valore del limite come forma di progresso. È un segnale che invita a ripensare la tecnologia non come forza neutra, ma come parte integrante del nostro paesaggio etico e cognitivo. La rete non è un’entità esterna: è lo specchio delle nostre scelte, della nostra capacità — o incapacità — di governare il sapere che produciamo.

Ed è qui che il libro di Luna trova la sua piena forza. Non si limita a denunciare la deriva del digitale, ma interroga la cultura che l’ha resa possibile, mostrando quanto urgente sia ripensare l’educazione nell’Italia di oggi. In un Paese che invecchia rapidamente e vede restringersi la fascia giovane della popolazione, la competenza digitale diventa non solo questione scolastica o tecnologica, ma leva di sopravvivenza civile ed economica. I dati demografici descrivono un Paese sbilanciato: nel 2050 i giovani adulti saranno molto meno degli anziani e il rapporto tra chi lavora e chi è in pensione raggiungerà livelli mai toccati. In questo scenario, educare al digitale significa anche restituire alle nuove generazioni un ruolo, un posto nel futuro. L’autore sembra intuire questo nodo quando parla della rete come “progetto umano che abbiamo smesso di manutenere”: la crisi digitale si intreccia con la crisi demografica, perché un Paese che non investe nei suoi giovani né nella loro alfabetizzazione tecnologica rischia di condannarsi a un declino lento e silenzioso. L’educazione digitale, in questa prospettiva, diventa una forma di rigenerazione collettiva: permette agli adulti di restare connessi in modo consapevole e ai giovani di sentirsi parte di un progetto di modernità non subìta ma costruita.

Qualcosa è andato storto è dunque più di un libro sul web: è un invito a riconoscere che il futuro si gioca sul terreno dell’educazione e della responsabilità. Non è un testo contro la rete, ma per la rete; per restituirle la sua anima civile, farne di nuovo un luogo di cittadinanza, di dialogo e di inclusione. È un libro da leggere perché ci riguarda tutti — in un’Italia sempre più anziana e distratta — come un promemoria a non lasciare che la rete, insieme ai suoi giovani, diventi un altro dei nostri rimpianti.