Quattro anni fa, Vladimir Putin ordinava l’invasione dell’Ucraina. Per il presidente russo, una guerra esistenziale. Per i suoi critici, soprattutto necessaria affinché il suo sistema di potere restasse in piedi. Ma è diventata una guerra che sta riscrivendo non solo i confini di Russia e Ucraina, ma anche l’ordine internazionale per come lo avevamo conosciuto.
Volodymyr Zelensky, presidente di quell’Ucraina stremata che oggi entra nel suo quinto anno di bombardamenti e privazioni, ieri è stato ancora una volta chiaro. Ai microfoni della Bbc, il leader del Paese invaso ha detto di credere che quella scatenata da Putin è già la terza guerra mondiale. E il Cremlino, secondo Zelensky, “vuole imporre al mondo uno stile di vita diverso e cambiare la vita che le persone hanno scelto per sé stesse”.
Una dichiarazione giunta nelle stesse ore in cui lo “zar” ha confermato che la sua idea di guerra non si limita al “solo” Donbass. In occasione della “Giornata dei difensori della patria” il leader russo si è rivolto ai militari affermando che Mosca “sta lottando per il suo futuro, la sua verità e la sua indipendenza”. E premiando i soldati del distretto militare del Caucaso settentrionale, il capo del Cremlino ha lanciato un segnale chiaro: “È qui, in prima linea, che oggi si decide la questione più importante: la protezione della nostra sovranità e del futuro dei nostri figli”.
Parole che non sono soltanto propaganda. Perché tra queste dichiarazioni e quelle sul rafforzamento della triade nucleare come “priorità assoluta” che garantisce “l’equilibrio delle forze nel mondo”, Putin ha voluto inviare un segnale anche legato al negoziato. Se Mosca considera l’invasione dell’Ucraina indispensabile alla propria sopravvivenza, non farà alcuna concessione in sede di colloqui. E questo è il sospetto che hanno anche a Kyiv, dove il capo dell’ufficio presidenziale, Kyrylo Budanov, ha confermato che si sta pensando già a un prossimo round di colloqui in settimana, anche per i prossimi 26 e 27 febbraio.
La strada per raggiungere un’intesa appare tuttavia in salita. E la situazione sul campo appare ancora decisiva, quanto complessa. In un messaggio sui social, il generale Oleksandr Syrsky, vertice dell’esercito ucraino, ha rivendicato la riconquista da parte di Kyiv di circa 400 chilometri quadrati dall’inizio di quest’anno. Mosca, dal canto suo, continua a sostenere la cattura di altri insediamenti lungo il fronte.
E nel frattempo, non cessano i bombardamenti su tutto il Paese. Ieri, le autorità ucraine hanno confermato che nella notte precedente sono state uccise tre persone: due nella regione di Odessa e una in quella di Zaporizhzhia. E mentre decine di missili e centinaia di droni continuano a colpire le infrastrutture energetiche e ferroviarie del Paese, cercando così di paralizzare la vita di milioni di ucraini, Zelensky ha suggerito che la Nato inizi a considerare gli Oreshnik in Bielorussia come “un obiettivo legittimo”. “Il problema non riguarda solo i missili Oreshnik. Tutti vedono che ora stanno più che altro mettendo in scena uno spettacolo. Non hanno ancora portato l’intero sistema Oreshnik, ma solo i veicoli necessari. E stanno già facendo di tutto per intimidire l’Europa”, ha detto il leader ucraino.
E il richiamo all’Europa e ai suoi timori è arrivato proprio mentre la stessa Unione europea ha visto slittare l’accordo sulle sanzioni a Mosca. “Questo è un inciampo, è un messaggio che non avremmo voluto lanciare, però il lavoro continua”, ha detto l’Alta rappresentante Kaja Kallas. E la questione è legata ai “no” dell’Ungheria, con il premier Viktor Orbán che ha posto il veto al ventesimo pacchetto di sanzioni e al prestito di 90 miliardi di euro a Kyiv. Il presidente del Consiglio europeo, António Costa, ha esortato Orbán a onorare l’accordo con l’Ue senza legare il veto all’interruzione delle forniture di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba in Ucraina (colpito ieri anche da alcuni droni di Kyiv). Ieri, inoltre, il primo ministro slovacco Robert Fico ha annunciato lo stop alle forniture di energia elettrica di emergenza all’Ucraina giustificandole sempre con la questione dell’oleodotto. E l’immagine inviata dall’Ue alla vigilia del quarto anniversario della guerra appare quantomai chiara.
