Ascolto gli appelli che da più voci si rivolgono dai microfoni di Radio Radicale per la salvezza di questa cosa unica, che è impreciso o forse riduttivo o forse proprio sbagliato definire “una voce” dell’informazione libera – come se vi fossero altre voci, a quella speculari o in qualche modo sinergiche. Non esiste nulla di assimilabile. Radio Radicale è stata – ed è ancora – una università popolare del Diritto costituzionale e della Democrazia, come lo è stato il Partito Radicale di Marco Pannella. Molto più di una università, se si pensa alla qualità media del sapere accademico odierno e al suo conformismo.
Radio Radicale non è libera in quanto liberale, ma libera in quanto transpartitica. Libera perché svincolata da qualunque obbligo reverenziale verso alcuna ideologia o corporazione. Libera di non espungere nulla dal ventaglio delle possibilità del pensiero e della ragione. Libera di dare alle persone la possibilità di conoscere e farsi una idea propria, senza timore della realtà ma al contrario con l’obiettivo di illuminarla e forse anche capirla nella sua non dicotomica complessità. Sembra superfluo per gli ascoltatori cronici di questa radio imprescindibile ribadirne l’assoluta, irriducibile alterità a qualunque altro mezzo di informazione – certo non solo per l’assenza di pubblicità.
Vorrei parlare solo di una questione, la giustizia. Consultavo qualche giorno fa un sondaggio sull’opinione degli italiani rispetto alle istituzioni. Ne emergeva una fiducia nella magistratura doppia rispetto a quella verso i partiti. E una fiducia nelle forze dell’ordine addirittura tripla. Mi chiedevo su quali basi gli italiani si esprimano rispetto ad una istituzione come la magistratura di cui in gran parte non hanno mai fatto esperienza. Se quella rilevazione venisse fatta ad un panel ristretto di ascoltatori dei processi su Radio Radicale, probabilmente il tasso di fiducia crollerebbe.
Radio radicale, i microfoni nelle aule di tribunale e il pericolo che si spengano: perché il Parlamento deve impedirlo
Sta qui l’essenza di questa radio. Portare i microfoni in un’aula di tribunale significa dare sostanza a una prerogativa democratica: i processi sono pubblici. Ogni cittadino ha il diritto di conoscere come venga amministrata la giustizia, ma questo è un diritto sostanzialmente inesigibile, dal momento che nessuno può frequentare a tempo pieno le aule di giustizia della penisola. La radio dal 1983 in quelle aule ha portato un microfono – non un giornalista che fa la sintesi a parole sue. Radio Radicale è un microfono aperto che registra tutto e non omette nulla.
Da alcuni mesi il Riformista ospita il podcast Processi – che stimola l’ascolto dei processi attuali e passati raccolti nell’archivio di Radio Radicale – perché non c’è nulla di più democratico che ascoltare con le proprie orecchie e senza filtri il modo in cui la giustizia viene amministrata. Se quei microfoni si spengono, non è “una voce” che si spegne. A spegnersi è il Diritto a conoscere e deliberare in libertà, anche in merito ad una questione apparentemente tecnica quale è la separazione delle carriere dei magistrati. Il Parlamento deve impedire che quel diritto a conoscere, che solo Radio Radicale garantisce, sia negato.
