Ranucci, la bomba e i risultati imbarazzanti: ancora nessuna pista dopo l’attentato sotto casa del giornalista

Sigfrido Ranucci alla Manifestazione in sostegno della libertà di stampa ed in solidarietà con il giornalista Sigfrido Ranucci chiamata dal movimento cinque stelle — Roma—Italia —Martedì 21 Ottobre 2025 - Cronaca - (foto di Cecilia Fabiano/ LaPresse) Sigfrido Ranucci at Demonstration in support of press freedom and in solidarity with journalist Sigfrido Ranucci called by the Five Star Movement— Rome—Italy — Tuesday October 21, 2025 - News - (photo by Cecilia Fabiano/LaPresse)

C’è qualcosa di profondamente marcio nel fatto che Sigfrido Ranucci – uno dei pochi giornalisti che ancora mettono le mani nella fanghiglia dove altri nemmeno posano lo sguardo – debba vivere sotto assedio. Non solo metaforico. Non solo mediatico. Il diametro del cerchio che gli è stato stretto intorno alla vita è stato ulteriormente ristretto: la bomba che gli hanno piazzato nel giardino di casa era un ordigno destinato non solo a fare rumore. Ma danni. Paura. E volevano colpirlo proprio a una settimana dal lancio di Report, perché anche il calendario, in questi messaggi, conta.

La bomba e i risultati imbarazzanti

Colpire un giornalista d’inchiesta significa far esplodere non solo una bomba ma un caso davanti all’intera platea dei lettori. Facendo scattare, per reazione, l’indignazione nazionale. Obbligando la crema de servizi investigativi a scendere in campo: perché è in gioco una libertà democratica fondamentale del Paese. Ma se quella mobilitazione c’è stata, allora i risultati sono imbarazzanti.

Va fatta una chiamata in causa proprio al mondo nel quale Ranucci si muove più agevolmente e con abilità: il mondo dei reporter inchiestisti, ma anche quello degli investigatori: le Procure, l’Antimafia… Perché è imbarazzante che questo giornalista, anno dopo anno, venga continuamente preso di mira: un altro proiettile, un’altra lettera minatoria, ora addirittura l’esplosivo. Ma zero risultati. Mai un nome, mai un volto, mai una pista seria. Non un fotogramma, non una targa, non una voce intercettata. Nulla. Il vuoto. Un vuoto che fa rumore. E che, a un certo punto, richiede risposte.

La risposta che non c’è

I lettori, i colleghi, il mondo dell’opinione può scendere in campo e rispondere “Presente” all’appello di Ranucci che chiede una “scorta mediatica” ma senza dimenticare che il problema non è solo proteggere lui. Il problema è chi continua ad agire impunemente, minacciandolo con avvertimenti sempre più pesanti. L’esplosione della bomba sotto la macchina di Ranucci data ormai a dieci giorni fa. Quali sviluppi ci sono? Quali sospetti sta vagliando la Procura? Nel momento in cui Ranucci torna sotto i riflettori e i suoi nemici si svegliano, si organizzano e colpiscono, precisi e invisibili, lo Stato deve dare una risposta forte e chiara.

La solidarietà della categoria non basta più. Noi giornalisti facciamo le domande. Ma servono risposte. Perché proprio nel mondo che Ranucci frequenta con dimestichezza non comune, quello delle toghe, delle inchieste e delle intercettazioni nessuno riesce a individuare neanche un indizio? I nemici di Ranucci sono intelligenti. Raffinati. Ben informati. Conoscono le sue abitudini, sanno quando e dove colpire, riescono a muoversi aggirando scorte, sistemi di sicurezza, e perfino l’attenzione dell’opinione pubblica. È gente che sa. Che può. E che evidentemente si sente molto, molto protetta.

È il momento di pretendere che anche chi ha il dovere di indagare – e i mezzi per farlo – alzi il livello. Che le Procure la smettano di prendere atto e comincino a prendere misure. Che la Direzione Nazionale Antimafia non si limiti alle grandi operazioni ma si occupi anche di questi casi in cui la minaccia non ha ancora un volto ma sembra avere una firma. Perché qui non c’è solo in gioco la libertà di un giornalista, c’è in gioco la credibilità dello Stato.