Era, anche quello inglese, un popolo di santi. 89 quelli del solo periodo anglosassone, prima di Hastings e del ‘Commonwealth’ normanno, che comprendeva il Sud Italia e si estendeva fino a Kiev. Poi i più noti: Edoardo il Confessore e Becket, martire in uno dei primi conflitti con la Corona. Dopo si consumò il distacco geografico dall’Europa, quindi la rottura con il Papato di Roma, cadde anche la testa del Re e un paese agricolo si fece nazione di navigatori. Nonostante queste fratture il legame con l’eredità cristiana resta forte.
Giovane, social, ma anche profonda, la storica Alice Loxton sul ‘Telegraph’ lancia un appello ai coetanei a non lasciar “crollare” le chiese che scandiscono il paesaggio inglese. Alcune cattedrali – sono 38.500 le chiese nel Regno Unito, oltre 3 mila hanno chiuso negli ultimi 10 anni – sono un vero “paradiso perduto”, ma la sbornia ‘woke’ sembra essere smaltita. Le radici sono importanti. Servono i riferimenti di un tempo. Serve anche, come in tutti i passaggi delicati per l’Occidente, l’autorità morale e spirituale – e l’organizzazione – della Chiesa, pur ammaccata. Di più: serve l’autorevolezza inscalfibile del messaggio cristiano. Costantino, in un’altra epoca di crisi, ci aveva visto giusto e Re Carlo III si tiene stretta la guida della Chiesa d’Inghilterra, a cementificare il ruolo di garante di una tradizione viva che non è puro anacronismo, in tempi di fine della globalizzazione.
È una visita destinata a restare negli annali quella dei Reali inglesi a Papa Leone XIV. Nella Cappella Sistina dipinta poco dopo lo strappo di Enrico VIII, si svolge la prima preghiera ecumenica tra Chiesa Cattolica e Anglicana. Il Re torna, a pochi mesi dal discorso in Parlamento e dalla visita a Ravenna, nella penisola, alla cui causa di indipendenza, dagli austriaci sì ma anche dal Papato, molto ha contribuito la sua Inghilterra. C’è tempo anche per un passaggio al Collegio Pontificio Beda, nel quale si formano i sacerdoti del ‘Commonwealth’.
Significativa alla luce della ‘translatio imperii’ completata nell’ultimo decennio: dal cuore geografico dell’Europa, quando al soglio petrino erano ascesi prima Wojtyla e poi Ratzinger, il papato è approdato in Argentina – dove il cattolicesimo non di rado assume tratti pauperisti –, con Bergoglio, dunque negli Stati Uniti, con Prevost. Un salto impensabile, visto che relazioni ufficiali tra Usa, prima potenza mondiale, e Santa Sede non esistevano, fino al 1984, e visto che solo alla fine della Seconda guerra mondiale ci fu una visita della famiglia reale in Vaticano. Ora c’è un Papa nativo degli States alla guida della più importante autorità spirituale dell’Occidente e il Papa anglofono dà priorità, a differenza di Ratzinger che tentò il dialogo con gli ortodossi, al consolidare un canale con gli anglicani.
Chiuso un accordo per i dazi al 10%, che ricrea le condizioni per un’area commerciale privilegiata tra le due sponde dell’Atlantico, installato Tony Blair, già protagonista della guerra globale al terrore, a Gaza nell’ambito della ‘pax trumpiana’, resa “volenterosa” una titubante Europa, Londra cementifica la sua leadership inaugurando una fase nuova delle relazioni con la Santa Sede, a conferma che la forza sta anche nel ‘soft power’, nei simboli, negli ‘arcana imperii’.
