Quando giudici e pubblici ministeri scendono nell’arena pubblica per discutere di una riforma che riguarda direttamente la magistratura, il problema non è il referendum. Il problema è l’equilibrio tra giurisdizione e militanza. C’è un confine sottile, ma fondamentale, tra partecipazione al dibattito pubblico e compromissione dell’apparenza di imparzialità. È un confine che nella giustizia dovrebbe essere custodito con particolare rigore, perché il potere giudiziario vive soprattutto della fiducia dei cittadini. Quando questa fiducia si incrina, l’intero sistema vacilla.
Per questo lascia profondamente perplessi assistere, in queste settimane, a un vero e proprio tour pubblico in provincia di Brindisi che vede protagonisti due magistrati in servizio: un giudice del Tribunale e un pubblico ministero della Procura. Non una conferenza accademica o un confronto tecnico isolato, ma una serie di incontri sul territorio dedicati proprio al referendum sulla riforma della magistratura.
Il punto non è la libertà di opinione dei magistrati. Quella, in una democrazia liberale, non è mai in discussione. Il punto è il ruolo. Un giudice e un pubblico ministero non sono cittadini qualsiasi quando prendono la parola nello spazio pubblico. Sono titolari di un potere enorme: indagare, accusare, giudicare. Ed è proprio per questo che la Costituzione e le regole dell’ordinamento giudiziario chiedono loro qualcosa in più degli altri cittadini: non solo imparzialità, ma anche l’apparenza dell’imparzialità.
Quando chi esercita la funzione giudiziaria entra apertamente nel dibattito pubblico su una riforma che riguarda direttamente la magistratura stessa, il rischio è evidente. Non si tratta solo di un problema formale. Si tratta della percezione che i cittadini possono avere della giustizia. Perché davanti a quelle persone, a quelle associazioni, a quei territori, domani potrebbero trovarsi imputati, parti processuali, avvocati. E la domanda inevitabile diventa una: quella toga apparirà davvero distante, neutrale, impermeabile al clima del dibattito pubblico? Ancora più delicato è il contesto territoriale. Magistrati che operano nello stesso tribunale e nella stessa procura del territorio in cui si svolgono queste iniziative pubbliche inevitabilmente espongono l’istituzione a un rischio di sovrapposizione tra funzione giudiziaria e dibattito politico-culturale. Ed è proprio qui che emerge il paradosso.
In un momento storico in cui si discute di riforma della magistratura e di riequilibrio tra poteri dello Stato, vedere magistrati impegnati in un tour pubblico sul tema finisce inevitabilmente per rafforzare, agli occhi di molti cittadini, la percezione di un ordine giudiziario che fatica a mantenere quella distanza istituzionale che ne garantisce l’autorevolezza. Per questo, paradossalmente, certe iniziative rischiano di produrre l’effetto opposto rispetto a quello che forse si vorrebbe ottenere. Perché ogni volta che la toga appare scendere nell’arena del confronto politico o para-politico, non si rafforza l’immagine della giustizia: si rafforza la convinzione di chi ritiene necessaria una riforma che riaffermi con più chiarezza i confini tra potere giudiziario e spazio pubblico.
Ecco perché, paradossalmente, il miglior spot per il SÌ alla riforma della giustizia, in queste settimane, sembra arrivare proprio da questo tour in terra di Brindisi. Non dalle parole della politica, ma dalle immagini di una magistratura che, forse senza accorgersene, finisce per alimentare esattamente quel dibattito che la riforma vorrebbe affrontare.
