Il dibattito sul referendum e sulla riforma della giustizia italiana è un concentrato di spettacolo, propaganda spicciola e insulti da social network, piuttosto che un confronto serio sui temi che contano davvero. Tra accuse, indignazioni selettive e attacchi personali, l’aria che si respira è lontana anni luce da quella che dovrebbe essere una discussione istituzionale degna di questo nome.
Prendiamo, ad esempio, le dichiarazioni di Angelo Bonelli di Avs. Tra allusioni oscure, metafore catastrofiche e richieste di dimissioni immediate, sembra che la strategia sia meno “controllo democratico” e più “creare scandalo a comando”. E se uno si chiede perché certe parole violente di altri – come quelle di Nicola Gratteri o Tomaso Montanari – non abbiano suscitato lo stesso clamore, la risposta è semplice: qui non si discute di merito, si fa propaganda politica a colpi di indignazione selettiva.
Dall’altra parte, politici come Giovanni Maiorano di Fratelli d’Italia provano a riportare il dibattito su un piano concreto: la riforma della giustizia richiede responsabilità ed equilibrio; ridurla a slogan da social è semplicemente dannoso per il Paese. È paradossale che chi grida “difendiamo la democrazia” sia spesso lo stesso che trasforma ogni problema in un bersaglio mediatico personale.
E intanto il Parlamento diventa il teatro delle accuse reciproche. “Bartolozzi non può restare”, “Il governo si gira dall’altra parte”, “Cominci ad andarsene!”. Frasi urlate con enfasi, ma con scarsa sostanza, che rischiano di trasformare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni in uno spettacolo di show politico. Ci si dimentica che ci sono regole, procedure e soprattutto cittadini che meritano una discussione seria, non un gioco di titoli a effetto.
Il punto è chiaro: la politica non può ridursi a una gara di indignazione o di meme contro il nemico di turno. Se vogliamo davvero riformare la giustizia, migliorare l’efficienza del sistema e avvicinarlo ai cittadini, bisogna tornare a parlare di contenuti, non di teatrini mediatici. Tutto il resto è solo rumore, rumore che svuota di senso la parola “democrazia” e trasforma le istituzioni in una scena di propaganda permanente.
