Referendum, davvero i mafiosi tifano per il Sì? Dottor Parodi, lasci perdere

CESARE PARODI PRESIDENTE ANM

È legittimo chiedersi se i mafiosi voteranno Sì al referendum sulla giustizia, come dice Cesare Parodi, capo dell’Anm? È legittimo. Ma io ho qualche dubbio; lo dico sottovoce. Perché Falcone avrebbe votato Sì. Lui che era per la separazione delle carriere dei magistrati; lui che fu isolato da Csm e Anm. Ilda Boccassini (non so come vota): “Voi avete fatto morire Giovanni Falcone. Voi lo avete infangato…Due mesi fa ero a Palermo in un’assemblea dell’Anm. Non potrò mai dimenticare quel giorno. Le parole più gentili, specie dalla sinistra, da Md, erano queste: Falcone si è venduto al potere politico”. (Corriere della Sera, 26 maggio 1992).

Io non giocherei la partita del referendum sul terreno mafia-antimafia: è scivolosissimo. Brutto. Giuseppe Pignatone, progressista, ex procuratore capo di Roma, autore dell’inchiesta su “Mafia capitale” che colpì la destra e il sindaco Alemanno, poi risoltasi in un flop, oggi è indagato a Caltanissetta per favoreggiamento a Cosa Nostra – presunto innocente fino a sentenza definitiva di condanna: lo dico forte – come vota? Non è un mafioso. Ma qualcuno potrebbe speculare.

Cambiamo canale. Ardita-Davigo-Di Matteo: triangolo dei magistrati protagonisti dello scontro in Csm sulla nomina del procuratore di Roma successore di Pignatone e nel processo a Brescia per il quale Davigo è stato condannato in via definitiva, Di Matteo è stato testimone e Ardita parte civile. Di Matteo, per il quale al Csm vigeva un “metodo para-mafioso”, ha dichiarato che vota No. Ora è più duro: “Sono perfettamente d’accordo con Nicola Gratteri: assieme alle persone per bene, per il Sì nel referendum voteranno mafiosi, massoni e architetti del sistema corruttivo”. Almeno lui dice che voteranno per il Sì pure persone oneste. Tuttavia sono del dott. Di Matteo queste parole dinanzi al Tribunale di Brescia, nel novembre 2022: “…da quanto mi sembrava aggressivo il dottor Davigo e dalla violenza verbale nei confronti del dottor Ardita che si palesava a mio avviso come una minaccia, reagii istintivamente dicendo: Senti, io non mi sono fatto nemmeno condizionare dalle minacce di morte di Totò Riina. Tanto meno mi faccio condizionare dalle tue minacce”. La questione era se votare o meno in Csm per il dott. Prestipino, vice di Pignatone per tanti anni, come capo della procura capitolina. Davigo era a favore, Ardita e Di Matteo contro: con i toni di cui sopra.

Andiamo oltre. Adesso, alla guida della procura di Venezia, genius loci del ministro Nordio, è stata nominata Alessandra Dolci, ex procuratrice aggiunta a Milano, molto brava. “È stato un voto, quello nel Csm che ha diviso a metà i consensi: 14 voti a Dolci, altrettanti a Sebastiano Ardita, 61 anni, attuale procuratore aggiunto a Catania ed ex membro di palazzo Bachelet, che pure aspirava al ruolo di procuratore capo di Venezia. E tre astenuti. È stata necessaria una seconda votazione per superare l’impasse. E ha prevalso la migliore collocazione in ruolo per anzianità di Dolci. Si segnala per dovere di cronaca che Ardita un paio di anni fa aveva testimoniato a Brescia contro l’ex Pm di Mani Pulite Piercamillo Davigo, dal 2022 marito della nuova procuratrice. Non che significhi qualcosa, se non che quella dei magistrati è una comunità ampia e con complessità, come tutte le altre”. Così scrive Monica Zicchieri (corrieredelveneto.corriere.it, 19 febbraio 2026).

Potrebbero mai questi fatti essere utilizzati a sostegno del Sì? Assolutamente no. Neppure quest’altro. Lo stesso Di Matteo fu proposto dall’allora ministro della Giustizia Alfonso Bonafede (governo giallorosso, Conte 2), a capo del Dap, nonostante la nomina fosse sgradita ai mafiosi in carcere al 41 bis; ma quando Di Matteo andò in via Arenula per accettare l’incarico, Bonafede fece un passo indietro, proponendogli in cambio un’incerta nomina a direttore degli Affari Penali del Ministero. “Dottore, ci pensi bene. Perché per quest’altro incarico non ci sono dinieghi o mancati gradimenti che tengono”, ha raccontato Di Matteo alla commissione Antimafia. “Mi fece capire che per la soluzione di capo del Dap aveva ricevuto delle prospettazioni di diniego o mancato gradimento”. Da chi?

Proseguiamo. È il 12 gennaio 2023, una delegazione del Pd (Orlando, ex ministro della Giustizia, Serracchiani, Verini, Lai) si reca nella sezione del 41 bis del carcere di Bancali, a Sassari, per incontrare l’anarchico Alfredo Cospito e con lui anche tre boss mafiosi. La cronaca è nella relazione di servizio del Gruppo operativo mobile (Gom) della polizia penitenziaria, finita all’on. Donzelli (FdI). Il che ha procurato al sottosegretario Delmastro una condanna in primo grado a otto mesi per rivelazione di segreto d’ufficio. “La delegazione si affacciava alla camera di pernottamento numero 25 ove è allocato il detenuto al 41 bis Francesco Di Maio (boss dei Casalesi, ndr), che salutava la delegazione e riconosceva l’onorevole Orlando quale ex ministro della Giustizia”. Di Maio in quel momento esclama: “Ora siamo inguaiati”. Il tono e la circostanza fanno pensare e annotare questo all’operatore in ascolto. “Probabilmente intendeva dire che prima, nel periodo in cui Orlando era ministro, si stava meglio, mentre ora si sta peggio”. I deputati del Pd incontrano pure i boss Pino Cammarata e Pietro Rampulla. Lo racconta Repubblica del 12 gennaio 2023. Mi chiedo: le famiglie, gli amici, i colleghi di questi boss al 41 bis, come voteranno al referendum? Non ho altro da aggiungere, Vostro Onore.