Esiste un principio che la modernità ha dimenticato: quello di competenza. Non mi permetterei mai di polemizzare con Alessandro Barbero sulla Lega lombarda o sulla caduta dell’Impero Romano. Lo storico piemontese, divulgatore di rara efficacia, meriterebbe identica cautela quando si avventura nei territori del diritto costituzionale.
Nel suo video contro la riforma Nordio, Barbero afferma che lo sdoppiamento del Csm lo «indebolisce». Un’affermazione che tradisce una comprensione sommaria dell’architettura costituzionale. Due organi di garanzia – uno per la magistratura giudicante, uno per quella requirente – non significano debolezza: significano raddoppio delle garanzie. Entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica, non dal ministro della Giustizia. Chi ha letto il testo della riforma sa che qui non vi sono magistrati assoggettati al potere esecutivo.
Barbero definisce il sorteggio una «misura pazzesca». Curioso: lo stesso sorteggio era stato indicato come soluzione al correntismo da voci tutt’altro che di destra. Marco Travaglio e Nicola Gratteri – prima delle rispettive conversioni – lo avevano sostenuto come unico rimedio alle spartizioni correntizie. Lo avevano chiesto decine di magistrati al Presidente Mattarella dopo i suoi severi moniti sulla «degenerazione» del sistema. Lo sostengono oggi giuristi come Augusto Barbera e Sabino Cassese: non certo gli ultimi arrivati. Ma evidentemente erano e sono tutti pazzi, e lo storico medievalista ha compreso ciò che sfuggiva e sfugge loro.
Il “No” ideologico di Barbero
È la stagione dei dietrofront, a quanto pare. Persino Marco Boato, autore della celebre «bozza Boato» alla Bicamerale D’Alema, si è schierato per il No – pur dichiarandosi tuttora favorevole alla separazione delle carriere. Ammette Barbero: «Sono uno storico e un uomo di sinistra, per cui è evidente a tutti che voterò No». Ecco: l’ammissione involontaria che il voto precede l’argomentazione. Un No ideologico travestito – non particolarmente bene – da analisi giuridica. Spontanea riflessione o sollecitazione opportuna, poco importa: la notorietà è merce preziosa nelle campagne referendarie.
Bettino e il referendum su Meloni
Quanto a Goffredo Bettini, si aggiunge alla lista delle conversioni. A settembre, al Congresso delle Camere Penali di Catania, si dichiarava garantista e favorevole alla separazione delle carriere. Oggi vota No perché il referendum è diventato «un sì o un no a Giorgia Meloni». Non contesta il merito: contesta il clima. Ma Bettini dimentica che la separazione delle carriere fu proposta dalla Bicamerale D’Alema nel 1997, con emendamenti firmati da Petruccioli, Morando, Pellegrino. Che Giuliano Vassalli, padre del codice accusatorio, la riteneva condizione necessaria perché quel codice funzionasse. Che questa è, storicamente, una riforma di sinistra: quella che tutela il cittadino dagli abusi del potere.
Lo storico vota No per ideologia, ma finge di argomentare. Il politico vota No per appartenenza, ma almeno non finge. Due modi diversi di arrendersi al pregiudizio, rinunciando a quella che Montesquieu chiamava «la cosa più difficile al mondo»: giudicare con la propria testa. L’ennesima conferma che il No al referendum è più conservazione dello status quo e presa di posizione contro il governo Meloni che scelta motivata da serie ragioni giuridiche e costituzionali.
