L’ANM ha rotto gli indugi e, in nome della tutela degli interessi della collettività, si è costituita in parte trainante delle ragioni del No, organizzando un proprio comitato e non lesinando l’uso dei più classici strumenti della propaganda elettorale. Degli effetti di ciò abbiamo parlato con Giuseppe Bianco, sostituto procuratore presso la Procura della Repubblica di Roma che ha, di buon grado, accettato di rispondere ad alcune nostre domande.

Dott. Bianco, intanto, per chiarire le posizioni, a suo avviso, questa riforma s’ha da fare oppure no?

Sì, ma può essere molto di più che un semplice aggiustamento costituzionale di tipo processuale: la spinta culturale degli ultimi decenni, nel tentativo di superare il concetto di Stato nazionale, ha finito per indebolire le classi politiche nazionali a vantaggio delle tecnocrazie inamovibili, come per esempio le magistrature. In Italia poi si è aggiunto il fatto che il nostro correntismo ha perfino tentato di fare della magistratura un corpo politico. Ma in democrazia l’indirizzo di governo, spetta alle classi politiche perché – al di là della maggioranza del momento – sono elettive e quindi controllabili dai popoli. Le tecnocrazie rigide invece sono sottratte al controllo popolare e tendono a costituirsi in corpo separato. Il referendum va inteso come una puntata dello scontro drammatico fra democrazie elettive e tecnostrutture non elettive. Insomma, il referendum si inserisce in un contesto generale di enorme importanza storica. In ballo c’è la funzionalità del voto popolare di massa. Non è solo una questione processuale.

A prescindere da come la si pensi sui contenuti tecnici, come giudica le modalità operative di ANM e, più in generale, dei suoi colleghi in merito alla campagna referendaria? In particolare, non c’è il rischio che questa alzata di scudi, che si alimenta anche di avversione politica al governo, faccia perdere il carattere di neutralità che è prerequisito della giurisdizione?

Nessun potere costituito rinuncia alla sua centralità senza alzare la sciabola. Di qui alcuni eccessi evidenti, certi tremendismi incomprensibili. Un certo correntismo ormai è apertamente collateralista rispetto a precise parti politiche. Insieme restano in piedi ed insieme precipitano come gli scalatori legati a doppia corda. Il problema è che stanno trascinando a fondovalle tutti i colleghi. All’epoca di Falcone, il prestigio del corpo giudiziario era enorme. Oggi siamo a percentuali fra il 30 ed il 40%. E non è tanto per gli errori giudiziari, che ci sono sempre stati in tutti i paesi ed in tutti i tempi. Il fatto è che, se diventiamo un piccolo partito politico come gli altri, le nostre sentenze perdono credibilità in automatico. Il danno istituzionale della disinvoltura politicistica di certe correnti militanti è stato gravissimo. Il referendum è una occasione drammatica per salvare la magistratura da una certa altra magistratura che ha perso il senso del limite. Che questo governo sia bello o brutto è del tutto irrilevante.

Dopo le iniziali schermaglie, è emerso che l’avversione principale della magistratura associata sia rivolta al sorteggio piuttosto che alla separazione delle carriere. Perché secondo lei? La scissione del legame tra i magistrati e i consiglieri del CSM non dovrebbe esser vista come garanzia di assoluta autonomia nell’esercizio della discrezionalità amministrativa che compete al CSM?

Oggi il sistema associativo si è così involuto che la carriera dei magistrati (che peraltro in Costituzione non sarebbe nemmeno prevista) dipende molto dal rapporto fiduciario con le correnti. Un rapporto di fidelizzazione molto forte garantisce che prima o poi si arrivi al sacro soglio del CSM. Già adesso siamo ragionevolmente in grado di prevedere che al prossimo CSM andranno i colleghi che occupano ora i posti centrali dell’organigramma associativo: dirigenti locali o nazionali o magari gli attuali vertici ANM. Le correnti scelgono i candidati, organizzano le campagne elettorali ed orientano i flussi di voto locale. Il CSM inteso come parlamentino delle correnti è un organo istituzionale legato ai gruppuscoli correntizi privati da un flusso arterioso costante. Ma se i consiglieri entrano nel CSM in funzione di rappresentanza del gruppo che ne ha organizzato l’elezione, poi hanno molta difficoltà ad assumere posizioni realmente autonome rispetto alle linee-guida delle varie leadership associative. Si tratta di un fattore di condizionamento interno molto forte. È una disfunzione di sistema che prescinde dalla buona fede dei consiglieri togati. Il sorteggio secco senza campagna elettorale blocca questo flusso arterioso e libera l’organo pubblico da una zavorra costante. Questo produce a sua volta altri effetti salvavita.

Quali effetti?

Il sistema delle nomine spesso, anche se non sempre, prescinde dai valori meritocratici e si basa semplicemente sui negoziati di corrente, che a loro volta si basano sui rapporti di forza come certificati dalle elezioni correntizie. La vicenda del 2019 ce la ricordiamo tutti. Gli annullamenti del Consiglio di Stato sono dovuti spesso a questo fattore. Ora, il sorteggio secco impedisce la misurazione dei rapporti di forza e mette necessariamente ogni consigliere togato sullo stesso piano degli altri. A quel punto bisognerà necessariamente rinforzare i criteri di scelta meritocratica, gli unici rimasti sul terreno. E anche questa è una opportunità. Si dirà che i sorteggiati potrebbero risultare monocorrente e che dunque quella monocorrente potrebbe approfittarne. Magari fosse così: la psicologia di massa interna al mondo associativo accetta la logica del più forte solo se certificata dalle elezioni. Senza le elezioni correntizie, l’abuso della posizione dominante scatenerebbe la rivolta delle altre correnti e sarebbe finalmente la pioggia nel deserto, perché salterebbe la tanto decantata “unità associativa”, che io considero il dogma di una religione pagana. È stato proprio il feticcio dell’unità associativa ad impoverire il dibattito interno, a cancellare le differenze fra i gruppi: una spinta omologante che ha fatto morire per asfissia ogni tentativo innovatore. Una omologazione che ha messo tutte le correnti al rimorchio di quelle più militanti e dogmatiche.

Però si comincia a parlare di sorteggio temperato …

Il sorteggio temperato non è il fratello di quello secco, ma il suo peggior nemico. Non per niente è la proposta B su cui le oligarchie correntizie si stanno orientando per sterilizzare una eventuale sconfitta referendaria: in sostanza, si sorteggia un certo numero di colleghi e poi sui sorteggiati si innestano le solite campagne elettorali interne. Il risultato sarà innanzitutto che i colleghi senzacorrente non potranno mai organizzarsi una campagna elettorale in proprio e non saranno mai eletti; ma soprattutto rimarrà intatta la cinghia di trasmissione e torneremo ad avere uno o due CSM o un’Alta Corte come parlamentini correntizi. Oggi ne abbiamo uno e domani ne avremo tre. Uno scenario perfino peggiore di quello voluto dalla insipida legge Cartabia, che pure ha consentito che al CSM ci andasse almeno un collega sorteggiato e non iscritto a nessuna corrente come Andrea Mirenda. Delle due l’una: o il CSM è un organo di alta amministrazione, come previsto dai Costituenti, ed allora vanno superate le schermaglie elettorali; oppure le elezioni correntizie bisogna farle per forza ed allora ci teniamo il parlamentino delle correnti e amen. O l’una o l’altra.

Si sarebbe potuto evitare – e se sì come – che questo scontro serrato tra i sostenitori del Sì e del No coinvolgesse così manifestamente la magistratura?

Non si poteva evitare lo scontro. Dallo scandalo del 2019 sono passati sei anni e non c’è stata nessuna autocritica, nessuna proposta di autoriforma. L’unica strategia è stata quella di scagliare frecce contro una sola persona, mentre i magistrati critici che chiedevano un cambio di rotta erano scacciati come mosche fastidiose dai cappellani di sistema. La verità è che possiamo anche negare i nostri errori, ma non possiamo mai sfuggire alle loro conseguenze. E qui il sistema associativo, anche nella buona fede di tanti, ha fatto l’enorme errore di non leggere la realtà e si è accartocciato su sé stesso, in un illusorio sogno di superiorità etica. Mai come oggi abbiamo bisogno di uscire dalla bolla autistica in cui ci siamo cacciati. È un momento drammatico, ma è anche una occasione di crescita e di rinascita. Alla fine, i mulini si costruiscono solo dove c’è vento.