Referendum giustizia, Bucciarelli: “Da donna di sinistra non riesco a capire chi voto No”

Anna Maria Bucciarelli viene eletta consigliera regionale in Toscana nel 1985 nelle file del PCI. Dopo la svolta della Bolognina aderisce al PDS e nel 1992 entra al Senato, dove conferma il seggio con i Progressisti e nel 1996 con l’Ulivo. Conclude il proprio mandato parlamentare nel 2001. «Non sono affatto d’accordo con chi vota No in nome della difesa della Giustizia, della Costituzione e della Democrazia. Considero argomenti di questo tipo delle bugie. Il Titolo VII dice chiaramente che, fino a una nuova legge sull’ordinamento giudiziario conforme alla Costituzione, restano in vigore le norme del passato: norme scritte in un altro tempo e da chi conosciamo bene. Dopo il Codice Vassalli ci sono voluti dieci anni per arrivare al giusto processo. Oggi serve l’ultimo passo per rendere davvero terzo il giudice. È questo il cambiamento storico di cui abbiamo bisogno».

Perché la separazione delle carriere è indispensabile?
«Perché senza separazione delle carriere non può esistere terzietà. L’unicità delle carriere è un residuo del vecchio regime. In quasi tutta Europa le carriere sono separate e nessuno si sogna di definirla mala giustizia. E smettiamola con un luogo comune che confonde tutti: la separazione delle funzioni non è la separazione delle carriere».

Perché non si è riusciti a completare la riforma in Parlamento?
«Perché il Parlamento si è impoverito. La maggioranza non ha trovato un accordo e l’opposizione non ha prodotto alternative. Così si è dovuti ricorrere al popolo sovrano. Se davvero si vuole un processo giusto, la terzietà deve essere costituzionalmente esplicita».

Alcuni dicono Sì alla separazione delle carriere ma No ai due CSM e al sorteggio…
«È come volere la botte piena e la moglie ubriaca. Le carriere sarebbero separate ma tutto il resto resterebbe in mano a un unico CSM. Così non cambia nulla. E come potrei fidarmi io, cittadina, della reale terzietà del giudice se chi gestisce carriere e progressioni resta lo stesso organo?»

Circola anche l’idea che sia meglio che accusa e giudice appartengano entrambi alla stessa parte. Che ne pensa?
«È un’assurdità. L’ho sentito dire e ne sono rimasta colpita. Dire che l’avvocato, perché pagato dall’imputato, sia una “parte privata” meno affidabile significa capovolgere il senso della giustizia. Non è vero che più persone voterebbero Sì se non ci fossero gli articoli consequenziali: è il clima culturale a frenare, non la tecnica».

Che cosa dicono i dati sulle ingiuste detenzioni e sulla disciplina?
«Dicono tutto. Dal 2017 al 2025 abbiamo avuto 6.485 ingiuste detenzioni risarcite, 720 l’anno, per una spesa di 280 milioni. Le azioni disciplinari sono state 93: dieci condanne in otto anni, una all’anno su 720 casi. Con questi numeri, sostenere che il sistema funzioni bene è impossibile».

L’Alta Corte disciplinare e il sorteggio sono strumenti necessari?
«Sì. Il sorteggio può non piacere ma risolve il problema delle correnti. E l’Alta Corte è indispensabile: rafforza il sistema senza togliere poteri ai due CSM, che restano organi costituzionali di autogoverno della magistratura requirente e giudicante. Nessuno li politicizza, se non chi vuole continuare a far vivere le correnti come fossero partiti».

Perché questa riforma rafforza la democrazia e non la indebolisce?
«Perché dà piena attuazione alla Costituzione. La fa vivere, invece di ibernarla. Rende più trasparente il sistema delle carriere, limita gli abusi, apre spazi di responsabilità. E al centro rimette il valore della libertà: senza una giustizia giusta, la democrazia non può funzionare».

Una parte della sinistra voterà No. Che effetto le fa?
«Mi colpisce. Vedo troppe “novelle metropolitane” raccontate dalla sinistra, troppo conservatorismo. Chi ha scelto la politica per cambiare il mondo, o almeno governare le contraddizioni del presente, dovrebbe riconoscere una riforma giusta quando la vede. Spero che in molti ci ripensino e votino Sì in scienza e coscienza».