Il deputato Enrico Costa ha posto una domanda che squarcia ogni ipocrisia: «Cosa accadrebbe se un magistrato iscritto all’Anm si trovasse di fronte, in tribunale, un finanziatore del Comitato?». La risposta non arriva. Non può arrivare. L’Anm «promuove» il Comitato «Giusto dire No», gli trasferisce fino a 800mila euro, ma poi dichiara che è «soggetto autonomo». Quando il Ministero chiede trasparenza sui finanziatori privati, il presidente Parodi risponde: «Il Comitato è autonomo, non posso rispondere».
Un classico gioco delle tre carte: l’Anm finanzia il Comitato, il Comitato raccoglie donazioni private, ma l’Anm non sa nulla dei donatori. Due enti distinti, si dice. Peccato che lo statuto preveda che il Comitato «darà attuazione alle direttive dell’Anm». Ecco il cortocircuito. Un privato dona al Comitato. Domani può trovarsi davanti un giudice iscritto all’Anm. Quel giudice si asterrà? E se non si asterrà – visto che i nomi sono secretati dalla «privacy» – quale credibilità avrà la sua sentenza?
Il problema non è l’opinione del magistrato. È la trasformazione di un’associazione di categoria in comitato elettorale che raccoglie fondi mentre i suoi iscritti amministrano la giustizia. Quando Parodi invoca la privacy dei donatori, compie un’ammissione devastante: riconosce che quei nomi creerebbero imbarazzo. Se tutto fosse regolare, perché non pubblicarli? I partiti lo fanno. I comitati seri lo fanno.
La risposta è semplice: l’Anm sa di aver superato il confine, trasformando una battaglia culturale in campagna politica. Pubblicare quei nomi rivelerebbe ciò che tutti sospettano: la magistratura si è costituita in piccolo partito del No. Questa è la riprova del perché la separazione delle carriere sia necessaria. Un corpo che si fa parte politica, raccoglie fondi, fa campagna elettorale e poi pretende di giudicare con terzietà ha smarrito il senso del proprio ruolo costituzionale. Il referendum è su questo: vogliamo essere giudicati da chi, il giorno prima, ha incassato il nostro assegno per la campagna politica?
