“Molti magistrati sono d’accordo con la riforma, ma non hanno il coraggio di esprimersi perché allo stato attuale chi comanda all’interno del Csm sono le correnti”. È quanto ha affermato venerdì il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, in un’intervista rilasciata al portavoce del Comitato Sì Riforma, Alessandro Sallusti, pubblicata sul canale YouTube del comitato referendario. Il ministro si è scagliato contro le degenerazioni provocate dal sistema correntizio perché, ha detto, “le correnti comandano su quella che è la carriera del magistrato, il trasferimento del magistrato, la promozione del magistrato, l’attribuzione di eventuali incarichi. Cioè tutto il cursus professionale, non giurisdizionale, del magistrato è nelle mani del Csm. Oltre ovviamente al giudizio disciplinare, quindi non tutti hanno il coraggio di esporsi”.
Il Guardasigilli, che ha da poco presentato il suo nuovo libro “Una giustizia nuova”, ha ribadito che quanto contenuto nella sua riforma non rappresenta in alcun modo un attacco alla magistratura e che non bisogna attribuire al referendum un significato politico. “Deve essere chiaro”, ha sottolineato, “che se, come non penso accada, comunque vincesse il No, non cambierebbe nulla né per il governo, né per il ministro della Giustizia, né per il Parlamento, né per la legislatura. Se vincesse il Sì, ancora meno cambierebbe nei confronti della magistratura: non ci sarebbero attività punitive, non ci sarebbero ritorsioni o altro. Si tratta di una risoluzione tecnica e giuridica che allinea la Costituzione con il processo accusatorio, che è stato voluto dal professor Giuliano Vassalli, un eroe della Resistenza”.
Durante la lunga intervista, Nordio ha ricordato come anche Giovanni Falcone fosse favorevole alla separazione delle carriere. “L’idea di Falcone è stata esposta chiaramente nelle sue interviste e nelle sue registrazioni, perché una volta introdotto il processo accusatorio è inevitabile che le carriere vengano separate. Non è mai simpatico appropriarsi dell’anima dei defunti, soprattutto di questa levatura, ma vorrei ricordare che anche in Parlamento quando abbiamo fatto questa discussione si è manifestata un’ignoranza – e dico ignoranza per non dire malafede – citando Padri costituenti, che rasentava l’incredibile. Hanno citato Calamandrei, per esempio, sconvolgendo e modificando la sua opinione espressa e verbalizzata nei resoconti parlamentari”.
Fuori intanto impazzano le polemiche. Al centro dello scontro c’è il ricorso promosso al Tar dai quindici giuristi “volenterosi” contro la data del voto indetta per il 22 e 23 marzo prossimi. Bisognerà attendere il 27 gennaio, giorno in cui il Tribunale amministrativo regionale del Lazio si esprimerà sulla vicenda, per capire quali pieghe prenderà la campagna referendaria. I volenterosi, nel frattempo, stanno portando avanti parallelamente la loro raccolta firme per una seconda richiesta di referendum, che ha superato quota 500mila sottoscrizioni. Sempre a proposito del ricorso, per il quale il Comitato Sì Separa della Fondazione Einaudi ha già promosso al Tar un intervento in opposizione, si è espresso anche l’ex Pm Antonio Di Pietro, che l’ha definita una mossa “rispettabile ma inconsistente”. Di Pietro ha poi attaccato: “Non solo inconsistente ma deviante, al solo fine di farsi furbescamente piangere addosso, è il tentativo di far credere che la fissazione della data al 22 e 23 marzo restringerebbe lo spazio elettorale di quelli che propugnano il No alla riforma rispetto a quelli che, come me, auspicano il Sì, e ciò semplicemente perché il tempo a disposizione è lo stesso per tutti”.
