Un leader politico non può impegnarsi in una battaglia in cui è in gioco il futuro del suo Paese, senza riuscire a vincerla, perché una sconfitta non sarebbe un’occasione perduta, ma determinerebbe un passo indietro, forse definitivo, per gli obiettivi perseguiti.
Ottanta anni orsono i protagonisti della lotta di Liberazione compresero che la nuova Italia non poteva nascere portandosi appresso la monarchia sabauda complice dell’avventura del fascismo. Il referendum istituzionale venne definito un salto nel buio, perché la vittoria della Repubblica non era per niente sicura. Quarant’anni dopo Bettino Craxi – con un modesto intervento sulla scala mobile – osò sfidare il diritto di veto del Pci (che si vantava di governare dall’opposizione) in materia di lavoro e vinse nettamente nel referendum del 1985. E da quel momento iniziò il declino del Partito comunista.
Giorgia Meloni, contravvenendo ad un passato di giustizialismo grossolano, ha deciso di dare l’assalto alla lobby delle procure osando ciò che nessun governo aveva mai intrapreso e portato aventi fino in fondo: la separazione delle carriere giudicanti e requirenti. Oggi un pezzo della maggioranza chiama in causa Silvio Berlusconi, ma a sproposito, perché il Cav nella XVI legislatura sprecò inutilmente energie degne di una migliore causa per mettersi al riparo dalla guerra inesorabile a cui l’aveva sottoposto la procura di Milano (approfittando delle sue debolezze senili) che non gli aveva perdonato la discesa in campo con la quale aveva tagliato alla “gioiosa macchina da guerra” di Achille Occhetto quella strada spianata verso il governo, senza passare per il voto.
La sinistra ha un debito di riconoscenza verso le procure deviate che la conduce a difenderne il potere come condizione irrinunciabile del suo. Giorgia Meloni non può pensare che ci siano altri a battersi al suo posto. Fino ad ora le forze più impegnate a difesa del Sì nel referendum del 22-23 marzo, sono stati i riformisti del Pd che nel seminario di Firenze hanno introdotto nel dibattito argomenti di merito a cui il fronte del No non è stato in grado di replicare. Se la battaglia dovesse essere vinta con il contributo fino ad ora fornito da Meloni e dai suoi vice presidenti non ci sarebbe partita.
I leader del centro destra si saranno accorti che non è sufficiente smontare le menzogne degli avversari sulla reale portata delle norme. I sostenitori del No contano su vasti settori di opinione pubblica sobillati da trent’anni dalla martellante propaganda del populismo militante e dei suoi manutengoli, e sono disposti a credere che sia vero ciò che è assurdo purché sia contro la casta e la destra. Meloni prenda nota: se la sinistra porta a votare No coloro che sono andati a sostenere i quesiti della Cgil, è sicura di vincere in un referendum confermativo. A meno che la destra non si mobiliti in difesa del governo la cui sconfitta è il vero obiettivo della coppia Conte-Schlein, che marciano divisi per colpire uniti.
