«Quella della riforma della giustizia non è solo una battaglia di Berlusconi, ma di tutti i liberali, moderati e riformisti che lavorano per l’interesse generale». È questa la visione di Giuliano Urbani, studioso, scienziato, politico, docente, tra i fondatori e ideatori di Forza Italia, già ministro della Funzione pubblica e ministro dei Beni culturali, sulla riforma Nordio.
Professor Urbani, cosa voterà al referendum di marzo?
«Voterò Sì perché questa riforma adegua finalmente la governance della magistratura ai modelli dei grandi Paesi europei, rendendo la giustizia più equa e imparziale. Nei principali Paesi liberali, infatti, non c’è la confusione, tipicamente italiana, tra funzione giudicante e requirente. Ovunque esiste una separazione netta tra chi accusa e chi giudica. Il giudice, infatti, deve essere terzo, senza prossimità o collateralità con la pubblica accusa. Questa riforma serve quindi proprio a superare un’anomalia italiana che ha prodotto numerosi squilibri nel nostro Paese».
Perché ciò è importante a livello istituzionale?
«La terzietà del giudice è una condizione essenziale di uno Stato di diritto. Separare i ruoli rafforza la fiducia dei cittadini e rende il processo più equo. Ciò metterà poi ordine tra i poteri dello Stato e contrasterà, anche attraverso il sorteggio, lo strapotere delle correnti».
E i magistrati?
«Ne usciranno rafforzati. È bene chiarirlo: questa non è una riforma contro la magistratura, ma contro la correntocrazia. Molti magistrati indipendenti lo sanno e si sono schierati per il Sì. Quando presiedevo la Commissione per le garanzie nella Bicamerale, non ho mai ricevuto obiezioni fondate sulla separazione delle carriere. Le critiche odierne si basano, invece, su timori astratti e interessi di parte, non sull’esperienza storica, che anzi dimostra il contrario».
Come giudica le critiche di buona parte dell’opposizione?
«La sinistra attuale purtroppo sta tradendo la propria tradizione garantista per calcolo politico. Facendo prevalere, invece, l’uso strumentale del tema della giustizia per colpire il governo e inseguire consensi radicali. Mentre per fortuna gli ultimi eredi della vecchia impostazione postcomunista, figlia del PCI, sono rimasti fedeli alla loro tradizione garantista e in larga parte sono per il Sì».
Nell’attuale sinistra prevale, invece, l’anima antioccidentale e antisistema?
«Sì, ed è un fenomeno preoccupante. Una deriva che nasce da un mix fatale tra la versione italiana del pensiero woke e la reazione agli eccessi del trumpismo, che ha riattivato l’antiamericanismo permanente di certo massimalismo. Lo abbiamo visto nelle derive anti-israeliane dei mesi scorsi e nell’indulgenza di parte dell’opposizione verso i regimi di Caracas e Teheran. Spero che il Pd, invece, riscopra la sua vocazione occidentale e riformista».
Come giudica il ruolo del governo Meloni sul piano internazionale?
«Con una certa simpatia. Ridurre le tensioni transatlantiche e rafforzare la cooperazione europea è la strada giusta. Il realismo di Meloni è un fattore positivo, così come l’asse con la Germania di Merz: entrambi sono due leader conservatori ed euroatlantici capaci di contrastare gli estremismi e ragionare pragmaticamente. L’Europa ha bisogno proprio di questo, non di vaga retorica e ambiguità strategiche».
E sul fronte interno, come legge l’emergere di posizioni più radicali a destra, come nel caso di Vannacci?
«È il tentativo di conquistare spazio politico attraverso l’estremismo, una strada che alimenta la polarizzazione e indebolisce i moderati. Credo però che non andrà lontano. In Italia si vince al centro. Meloni infatti lo ha capito».
Anche Tajani guarda al centro.
«Ed è la scelta corretta. Mentre Fratelli d’Italia evolve verso un partito conservatore a vocazione maggioritaria, Forza Italia fa bene a rafforzare la propria identità liberale e popolare europea. Valuto, quindi, molto positivamente le aperture di Tajani alle battaglie liberaldemocratiche e al dialogo con Calenda. Si tratta di un passo necessario per rilanciare quella cultura e quel metodo liberale di cui il Paese ha bisogno».
