Referendum giustizia, Gratteri e Anm sfidano Rousseau: fanno politica ma pretendono di essere immuni dalle critiche

NICOLA GRATTERI MAGISTRATO

L’Anm ha denunciato “critiche e attacchi politici” contro Nicola Gratteri. Una lamentela singolare: un procuratore in servizio si trasforma in frontman della campagna referendaria e pretende di restare immune dalla critica politica? Evidentemente l’Anm rivendica per i magistrati un privilegio straordinario: intervenire nel dibattito politico godendo dell’intangibilità riservata alla funzione giurisdizionale.

Con “Lezioni di Mafie” su La7, Gratteri ha costruito la credibilità pubblica necessaria per divenire simbolo della campagna per il No al referendum. La sequenza è stata metodica: conquistare autorevolezza attraverso la narrazione antimafia, utilizzare quella credibilità per legittimare posizioni sulla riforma della giustizia, presentarsi quale paladino contro le riforme. La risposta al viceministro Sisto – che aveva definito “inopportuna” la partecipazione televisiva – è eloquente: “Il viceministro Sisto apra pure un procedimento disciplinare”. Un’hybris che trascende la dialettica istituzionale per assumere i contorni della sfida personale.

Eppure, la credibilità poggia su fondamenta fragili. L’operazione Platì del 2003: centocinquanta arrestati, otto condanne. L’inchiesta Passepartout: Oliverio e dodici imputati ottennero il “non doversi procedere”. Quando la Cassazione annulla i suoi provvedimenti, Gratteri insinua al Corriere che “la storia spiegherà anche queste situazioni”. L’Unione Camere Penali definì quelle parole “di inaudita gravità”.
Sul sorteggio del Csm emerge la disinvoltura più sorprendente.

Nel 2021, ospite di Gruber, lo aveva definito “l’unica via d’uscita”. Nel 2025 confermava questa posizione. Oggi si schiera contro la stessa proposta. Le convinzioni giuridiche mutano al mutare delle convenienze. Montesquieu ammoniva: “Tutto sarebbe perduto se lo stesso uomo esercitasse questi tre poteri”. Gratteri sta scrivendo un capitolo inedito: il magistrato che giudica, che influenza le leggi attraverso la battaglia referendaria, e che probabilmente si prepara anche a governare. Terminato il programma televisivo, Gratteri emerge quale frontman della campagna per il No. E mentre l’Anm denuncia “attacchi politici”, si palesa un monstrum istituzionale: l’ibrido tra figura politica e giudiziaria. Un magistrato che scende nell’agone politico pretendendo di mantenere l’immunità dalla critica riservata alla funzione giurisdizionale.

Calamandrei ammoniva: “La giustizia è amministrata in nome del popolo: guai se il popolo se ne disinteressa”. Ma quale equilibrio democratico può reggere quando chi amministra giustizia si erge a protagonista del dibattito politico, pretendendo al contempo di essere sottratto alla critica? Laddove ci sono libertà di parola e potere, deve esserci responsabilità. L’Anm e Gratteri dimostrano invece scarsa dimestichezza con la critica, erigendo muri a difesa di un’intangibilità che la democrazia non riconosce a nessuno. Pretendono di creare una nuova categoria: il magistrato-tribuno, un Giano bifronte libero di fare politica ma immune da qualsiasi forma di responsabilità. Un privilegio che neppure i politici osano reclamare, e che trasforma la separazione dei poteri in grottesca parodia dove alcuni sono più uguali degli altri.