Referendum giustizia, il falso quesito pubblicitario pur di ripetere la sillaba No: il cortocircuito etico dell’Anm

Il reato ipotizzato è “Pubblicazione o diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose, atte a turbare l’ordine pubblico”. Ci sarà un giudice per indagare, ed eventualmente giudicare, l’associazione di cui fa parte. Il referendum confermativo della riforma costituzionale sulla Giustizia – e sulla separazione delle carriere dei magistrati – sta portando anche a questo cortocircuito. Già, perché a macchiarsi del reato sarebbe proprio l’Anm, l’Associazione Nazionale Magistrati, come promotrice di quella ridondante campagna di comunicazione a favore del “No” al quesito referendario, in quanto il claim veicolerebbe “una notizia palesemente falsa e tendenziosa, finalizzata unicamente a manipolare l’opinione pubblica e a ingenerare nel corpo elettorale un timore del tutto infondato circa le conseguenze della riforma costituzionale, così da influenzare il voto”.

Oggetto dell’esposto-denuncia presentato alla Procura di Roma dal Comitato Pannella-Sciascia-Tortora, del partito radicale, è in particolare il messaggio «Vorresti giudici che dipendono della politica? No», apparsi recentemente nelle grandi stazioni ferroviarie e sui mezzi pubblici. L’assunto, che diventa domanda nel messaggio pubblicitario dell’Anm, nulla ha a che vedere con il contenuto della riforma, che nulla ha di politico, e che anzi, esplicitamente (all’articolo 104 modificato) ribadisce l’autonomia dei magistrati, sia nella loro veste inquirente, sia in quella giudicante. Insomma, un falso quesito pubblicitario, pur di poter ripetere la sillaba del No. Forse basterebbe che l’Istituto di autodisciplina pubblicitaria sanzionasse le concessionarie di spazi che hanno reso disponibile la distribuzione di una comunicazione che non è “onesta, veritiera e corretta”.

È curioso che a esporsi contro la verità sostanziale dei fatti non sia un’associazione qualunque, ma quella che raccoglie circa 10mila magistrati che dovrebbero indagare e giudicare intorno alla verità. Un’associazione privata, che per la caratteristica dei propri iscritti dovrebbe condividere il destino della moglie di Cesare: non solo essere, ma apparire, al di sopra di ogni sospetto. Ed è curioso anche che quella stessa associazione privata, quella dei magistrati, intervenga così a gamba tesa in una questione che attiene all’alta funzione esercitata dai propri iscritti. Un cortocircuito etico, che si aggiunge a quello eventualmente penale, sollevato dal Comitato dei radicali a favore del “Sì”. Il cortocircuito etico sta proprio in questa volontà di partecipare a favore di una parte del Paese, contro l’altra, come un partito politico, o come un sindacato, come la Cgil, che somiglia sempre più a un partito politico, occupandosi di tutto, e sempre meno di contrattazione e difesa dei diritti dei lavoratori. Ma è strano assimilare l’Anm alle sorti di un partito politico o a una componente della Confederazione generale dei lavoratori.

Cinque anni fa l’Anm ha creduto di liquidare il “caso Palamara” dichiarando l’espulsione del suo ex presidente dall’associazione perché aveva rivelato comportamenti e abitudini forse penalmente irrilevanti, ma moralmente scandalose. Il ministro Carlo Nordio ama spesso citare Paolo Mieli, che quando “ha parlato di verminaio ha usato parole appropriate”. Si è discusso in questi giorni anche sull’opportunità di spendere mezzo milione di euro (questa la somma ufficialmente affidata alla campagna pubblicitaria) degli iscritti per promuovere un’opinione che non rappresenta nemmeno tutti gli iscritti. Sul sito istituzionale l’Anm dichiara di essere “l’associazione cui aderisce il 96% circa dei magistrati italiani”. Ma è notorio che non pochi magistrati in queste settimane si sono dichiarati a favore del “Sì”, in risposta al quesito referendario. Sono solo quel 4% di non iscritti all’Anm, o sono tra gli iscritti che hanno pagato la quota associativa, destinata al finanziamento della campagna contraria al loro intendimento?

Nell’occasione del referendum costituzionale cui saremo chiamati a marzo, si torna a parlare di “battaglia”, per il No contro il Sì: invece di fare battaglie, sarebbe auspicabile che ciascuno tornasse a fare il proprio mestiere, con trasparenza e credibilità. A partire dai magistrati, che dovrebbero essere arbitri, non protagonisti di partite o battaglie.