Di comune intesa Mattarella e Meloni “ci hanno messo una pezza”. Hanno fatto propria la richiesta della Cassazione di tener conto delle 500mila firme che avevano il malcelato obiettivo di rinviare il referendum alle calende greche. La data è stata confermata con una revisione puramente formale del testo su cui si voterà. Alla luce di questa presa di posizione è evidente che i cinquanta cacicchi circa, che controllano le correnti dell’Anm, sono pronti a tutto pur di evitare non tanto la separazione delle carriere, ma l’elezione per sorteggio dei due Csm. Questo liquiderebbe di fatto il potere che essi hanno sulla vita e sulla morte dei novemila magistrati sui quali esercitano da sempre un dominio attraverso il metodo delle lottizzazioni (che prescinde totalmente dal merito e dai titoli).
Nelle stanze del Palazzaccio è stata determinante un’altissima magistrata che nel corso di tutti questi anni si è alternata fra la presidenza della commissione Giustizia della Camera e il ritorno in magistratura. Con l’accettazione di questo ricorso i cacicchi pensavano di prendere due piccioni con una fava: da un lato un rinvio a tempo indeterminato della votazione sul referendum, dall’altro la possibilità con il Csm in carica di fare nomine in alcune Procure decisive. In questa situazione hanno avuto un grande risalto mediatico due menzogne: la prima è stata quella di affermare che con le modifiche alla Costituzione essa veniva stravolta e si affermava il potere del governo sui pubblici ministeri. La lettura dei testi, che però va fatta senza fermarsi agli slogan, smentisce questo assunto. Al contrario, nel testo attuale, l’autonomia e indipendenza della magistratura, sia di quella inquirente che giudicante, è addirittura accentuata. La seconda è stata arrivare con cattivo gusto, a evocare il nome di Falcone come sostenitore del mantenimento dell’unità delle carriere.
Una volta smantellate le argomentazioni del No, sono scesi in campo i pesi massimi dell’analisi. Landini, Bettini, Carofiglio e Formica hanno affermato che non bisogna soffermarsi sui tecnicismi, e che il problema è il fascismo alle porte e la conseguente svolta autoritaria. Ma la storia, si sa, è paradossale. Il sistema inquisitorio è infatti la quintessenza del ventennio imposto dal fascismo alla giustizia italiana. È incredibile che questo sistema venga demolito da un governo di centrodestra e invece difeso, ricorrendo a tutti i mezzi, dagli antifascisti del centrosinistra. A questa sequenza di forzature si è sottratta una parte significativa della sinistra da Antonio Baldassarre a Cesare Salvi, da Umberto Ranieri a Claudio Petruccioli, da Stefano Ceccanti a Enrico Morando fino a Lorenzo Guerini, per non parlare degli esponenti più giovani come Lia Quartapelle e Pina Picierno.
Rivolgendo un attacco a testa bassa contro il metodo del sorteggio, i cacicchi stanno insultando l’intera categoria dei novemila magistrati finora tenuti a bada con il vecchio metodo della carota e del bastone. Infatti i poteri dei due Csm riguardano la valutazione della professionalità dei singoli magistrati ai fini della loro carriera e della loro dislocazione in questa o in quella sede. Allora non si capisce come dei soggetti che prendono decisioni fondamentali sulla libertà dei cittadini e su complicate questioni procedurali, non sarebbero in grado di valutare la professionalità dei loro colleghi, i loro titoli e la qualità delle sentenze da loro svolte. È evidente che ci si trova di fronte a forzature prive di logica e di motivazioni.
Nel quadro di un attacco rivolto contro il governo di centrodestra responsabile di aver dato piena attuazione al superamento del sistema inquisitorio a suo tempo imposto dal fascismo, si arriva anche ad atteggiamenti assolutori nei confronti di “guerriglieri” che hanno colpito con l’uso di armi improprie un singolo poliziotto durante gli scontri con il corteo pro-Askatasuna. Purtroppo questo sconvolgimento di normali rapporti di tipo politico-istituzionale deriva dalla difesa dissennata del potere di cinquanta cacicchi su novemila magistrati.
