Referendum giustizia, la favola svedese e l’anomalia italiana: ovunque in Europa la separazione delle carriere è netta sin dal reclutamento

Vi è un’arte sottile nel dibattito giuridico: quella di argomentare con rigore senza rinunciare alla cortesia, di confutare con fermezza evitando la pedanteria. Un’arte che parrebbe essersi smarrita nell’informale agorà digitale, ove chiunque può improvvisarsi esperto di diritto comparato. Mi è occorso recentemente di leggere un’obiezione alla mia tesi secondo cui l’Italia sarebbe sostanzialmente l’unico Paese dell’Unione europea a non disporre di una vera separazione delle carriere tra magistratura giudicante e requirente. L’obiezione – che sembrava provenire da un docente universitario di diritto – culminava con la citazione della Svezia quale esempio di “promiscuità della carriera”. Se dovessi compilare un florilegio degli strafalcioni giuridici più memorabili, questa affermazione vi entrerebbe di diritto. A volte la militanza politica fa smarrire la lucidità concettuale, anche ai più edotti.

Dal 1965 la Svezia ha istituito l’Åklagarmyndigheten, l’Autorità Nazionale del Pubblico Ministero, interamente autonoma e separata dal potere giudiziario. I procuratori appartengono a questo organismo, i giudici ai tribunali ordinari. Sono corpi totalmente distinti, privi di qualsivoglia possibilità di transito. Reclutamento separato, formazione distinta, percorsi incompatibili. Un procuratore svedese non può divenire giudice. Mai. Citare la Svezia quale esempio di promiscuità equivale a citare la Svizzera per le sue spiagge tropicali. In Italia giudici e pubblici ministeri appartengono al medesimo corpo, accedono mediante il medesimo concorso, ricevono identica formazione, percorrono la medesima carriera. Il nodo è strutturale: anche senza mai transitare da una funzione all’altra, un giudice e un pm condividono identica formazione, medesime dinamiche di carriera, medesimo corpo di appartenenza. Questa contiguità sistemica non ha eguali in Europa. In Francia il parquet è distinto dal siège, con carriere separate.

In Germania, Spagna, Paesi scandinavi: ovunque la separazione è netta sin dal reclutamento. Chi si oppone alla riforma agita lo spettro della subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo. Manifesti allarmistici evocano il “tradimento”, slogan gridano allo scandalo. Ma trattasi di un processo alle intenzioni privo di fondamento. Come già Francis Bacon ammoniva, “la verità è figlia del tempo, non dell’autorità”: non si può condannare una riforma sulla base di timori infondati anziché di ciò che effettivamente contempla. In Francia e Spagna – democrazie solide quanto la nostra – esistono forme di raccordo tra PM e Ministero della Giustizia, eppure nessuno sostiene che siano Stati di polizia. La riforma italiana non prevede subordinazione alcuna: i pubblici ministeri rimarranno parte della magistratura, con piena autonomia. Nessun PM sarà sottoposto all’esecutivo. Anzi, entrambi i Consigli Superiori della Magistratura – giudicante e requirente – saranno presieduti dal Presidente della Repubblica, suprema garanzia di indipendenza. Il resto è propaganda, non diritto.

La separazione garantisce quella terzietà del giudice che costituisce condizione essenziale del giusto processo. La terzietà non è mera assenza di pregiudizio personale. È distanza strutturale dalle parti. È garanzia che chi giudica non condivida formazione, carriera, appartenenza con chi esercita l’accusa. È tutela del diritto di ogni cittadino a essere giudicato da un giudice terzo anche nell’apparenza. La proposta referendaria contempla una separazione organica completa: due corpi professionali distinti sin dal reclutamento, con formazione separata e carriere incompatibili. Come in Svezia, Germania, Spagna, Francia. Come ovunque in Europa, tranne che da noi. Il referendum concerne i diritti fondamentali dei cittadini, una giustizia credibile nella sostanza e nell’apparenza, la conformità agli standard europei.

Siamo soli in Europa a difendere questo modello. È tempo di anteporre i diritti dei cittadini agli interessi corporativi. Poiché la giustizia non è un privilegio corporativo da preservare: è un diritto dei cittadini da garantire. Come Montesquieu ci ha insegnato, “il giudice è la bocca della legge”, non il guardiano di privilegi. Tutelare i diritti, non i privilegi. E in Europa lo hanno compreso tutti. Anche in Svezia.